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Stanca di blog: le ragioni, e le scuse, per cui non sono più tanto presente

Qualche minuto fa ho ricevuto la mail di un amico che mi comunicava con dispiacere la chiusura di un blog. Un blog molto seguito, tenuto da uno scienziato molto seguito, che a un certo punto ha semplicemente gettato la spugna. E ha scritto ai suoi lettori in tutta onestà che un blog, quando cresce, non è più sostenibile.
Perché è vero che quando hai un blog sei l’editore di te stesso, e dunque libero di scrivere quello che vuoi, ma è ancor più vero che sei l’unico a pagare il prezzo di questa libertà. Quando questo prezzo diventa troppo alto, il bilancio non torna più.
Io invece non sto chiudendo il mio blog. Ma non credo che possa continuare a essere quello di prima.
Non so se comincerò a pensare che avevamo ragione un tempo, quando ci facevamo pagare a cartella e in vile denaro, invece che in monete di popolarità virtuale. So però bene che a proposito del blog, da qualche mese, vivo un momento di grande stanchezza. E che forse sarei corretta se lo spiegassi qui, a chi arriva o è solito arrivare su questa mia personale pagina di chiacchiere ormai silenziosa da tempo.

Dunque in sintesi: succede che quando apro una finestra di scrittura per avviare un nuovo post mi assalgono alcuni pensieri molesti.

Il primo è un pensiero intriso di realtà: “a chi interessano le mie opinioni sul mondo?”.
Sempre di più mi rispondo con una maturità che davvero non mi aspettavo sarebbe capitata proprio a me: “a nessuno, Silvia. Non interessano a nessuno”.
Anche perché io stessa, da quando esistono blog di ennemila tipi (compresi i blog anonimi che personalmente chiuderei d’imperio), mentre li leggo penso “ma perché sto dando credito a questo qua?”.
Chi non ha un editore ed è un solitario scrittore di idee personali e gratuite, è uno che crede molto in se stesso. E spesso non ha qualcuno che crede in lui tanto da pagarlo. Perciò io mi fido di un blogger solo se mi pare dimostrare una vera competenza, ma sono sola nel giudizio. E ho imparato che essere soli nel giudizio può portarti a credere a enormi cazzate. Alla fine, ahimè, sono pochi i blog che oggi continuo a leggere con interesse e fiducia.
La stessa domanda (“perché sto dando credito a questa qua?”) penso che debba insinuarsi nella testa di chi finisce sul mio. Tanto più che il mio, a differenza dei blog che seguo, è un blog non-tematico scritto da una che non ha particolari competenze in niente. Per cui chiedersi perché leggerlo è più che lecito.

Non è una riflessione originale, ma qui su web confondiamo la libertà con un sacco di altre cose. Per esempio, confondiamo la personale libertà di scrivere in solitudine con la libertà di poter dire qualsiasi stupidaggine ci passi per la testa, rinunciando a riconoscere, invece, che al mondo c’è chi sa e chi non sa.
Una pagina web non ti dà autorevolezza: ti dà solo uno sgabellino da cui urlare.
E una pagina web oggi è capace di fare miracoli soprattutto su un esercito di scemi del villaggio che per la prima volta nella loro storia possono coalizzarsi, sentirsi tanti, farsi forza e diventare aggressivi. Aggressivi nel proporre idee fasulle e paranoiche, abili nel reclutare sempliciotti e onesti dubitabondi in cerca di risposte su Google, ma anche violenti nel rispondere a chi ostacola la propagazione delle loro fandonie.
E allora perché dobbiamo continuare a credere che la blogosfera sia solo personale libertà?

Questo vale per chi i blog li scrive, ma vale anche per chi li commenta.
Perché qui su web uno che tiene un blog, nel prezzo di cui sopra, non deve considerare solo il tempo che impiega per pensare e produrre un post ragionevole. Ma anche il tempo, teoricamente tendente all’infinito come uno scroll verso il basso, che impiegherà per leggere e rispondere ai commenti.
E se tante volte, leggendo blog altrui, mi dico “ma questo perché scrive cose così, a chi, e con quale competenza?”, leggendo il mio mi sono trovata a dirmi “ma perché devo perdere tempo ad assecondare i rompicoglioni?”.

Il più delle volte, il rompicoglioni infesta la tua bacheca, a volte infesta la tua mail, di sicuro ti raggiunge sui social network, e spesso ti accerchia su tutti i mezzi di comunicazione che hai. A volte me lo sono addirittura trovato accanto in carne e ossa. Che se può far piacere al mio ingravescente lato retrivo e conservatore (“oh, finalmente usciamo dal virtuale e torniamo alla realtà”), alla fine è una giornata rovinata.
Ci sono anche i rompicoglioni involontari. Quelli che non vogliono esattamente fare i rompicoglioni, anzi vogliono fare i simpatici e un po’, ma solo un po’, ti corteggiano anche. Solo che non si rendono conto che anche nel virtuale, come nel reale, se una povera crista fa finta di non sentirti è perché si è rotta le balle, ha altro da fare, per esempio ha una vita vera.

Ecco: se hai un blog, il numero di rompicoglioni buoni o cattivi può diventare ingestibile.
E in tutto questo rumore di fondo i tanti (tanti, nel mio caso) con cui invece avresti un dialogo sano e costruttivo, ragione per cui hai deciso di aprire un blog, finisci per perderli. Per non goderteli più.
Quando ne compare uno dal vivo, durante un festival o con una mail gentile, quasi ti sorprendi.

Credo che ognuno abbia una sua personale soglia di sopportazione alla popolarità, e alle sue molestie. Visti i numeri che fa oggi questo sito, temo che la mia sia bassa.
Ma per essere davvero onesta devo aggiungere una cosa.
A un certo punto il pensiero “a chi interessano le mie opinioni sul mondo?” non ha cominciato ad assalirmi solo quando scrivevo sul blog. Ma mi è venuto anche in altre circostanze che, semplicemente, prima non esistevano. E non esistevano perché la popolarità di cui sopra non te la costruisci solo con un blog (non scherziamo) ma se fai un mestiere come il mio ti arriva in molti modi. E alla fine capisci che quelli a cui interessi le tue opinioni le sanno già o, più semplicemente, le hanno ascoltate, commentate, discusse, condivise, e quel che cavolo hanno voluto farci, in altri modi. Se poi avete voluto interagire e scambiarvi reciprocamente delle idee, lo avete fatto benissimo comunque, senza dovervi esporre in pubblico, senza affidare all’web frasi che dopo anni e anni non riconoscereste nemmeno più.
Cioè, per essere franchi: quando c’è qualcuno che ti lascia spazio e ti fa esprimere in posti migliori di questo, il blog ti sembra che non ne valga più tanto la pena.

Anche perché un’altra semplice vera verità è che scrivere costa. Tempo. E quindi denaro.
Ed è un’altra delle panzane che ci siamo messi in testa di recente, quella per cui le cose su web debbano essere gratis. Se non stai pagando per avere una certa informazione, la probabilità che quell’informazione sia falsa, o che nasconda un altro tipo di messaggio, o che serva a farti credere cose utili ad altri, cresce moltissimo.
E poi, stupore, fare informazione è un mestiere: al giornalismo delle folle, in cui chiunque può essere un erogatore di notizie nel nome della democrazia, non ci credo proprio per niente.

Io, poi, non è che senta molto la vocazione del profeta. Né penso di essere in grado, attraverso un blog, di cambiare i destini di qualcuno, o di cambiare i termini di un qualche dibattito. Né mi piace quando qualcuno si aspetta un vaticinio da me, perché non lo so fare, non è il mio mestiere. E perché so di essere una che si scoccia in fretta e che, magari troppo presto e con scarsa sensibilità verso l’interlocutore, può sbottare con un secco “queste storie del limone alcalino, dell’automobile ad acqua, della scomparsa delle rosse, delle multinazionali del male, del civoglionoavvelenaretutti, del bicarbonato che cura il cancro, degli immigrati che crocifiggono i gatti, di ebola alle elementari di via xx settembre… ecco, sono tutte stronzate. Tutte. Stronzate”.
E spesso non fa nemmeno tanto bene al mio fegato, né alla mia immagine.
Sono stata la Giovanna d’Arco contro le scie chimiche, la San Sebastiano dei fautori delle terapie del blablabla, ho recitato la parte della vendicatrice smascherata di ventisei secoli di scienza medica occidentale, ho alzato il ditino sulle verdure del contadino, mi sono inalberata per il cattivo uso delle parole “biologico” e “chimico” e ho detto a voce alta cose di enorme impopolarità su scienziati che i miei colleghi giornalistidisinistra descrivevano come servidelpotere (qualsiasi cosa questo voglia dire).
Ma adesso un po’, solo un po’, credo di aver bisogno di riposo.

Per cui ne approfitto per un rapido “ciao a tutti!”, per ringraziare i (tanti, dicevo, nel mio caso) che hanno commentato i miei post arricchendo la discussione e me stessa, diventando veri amici virtuali, mi scuso con loro per la vena depressiva di cui sento intriso questo post, adesso che l’ho riletto. E mi prendo un po’ di tempo per pensare.
Non credo che risponderò ai commenti che arriveranno qui sotto.
Quanto ai rompicoglioni, arrivederci alla prossima illusione di libertà.

 

 

(proprio adesso ricevo l’invito di un’amica a seguire il blog di una sua amica. Auguri alla neoblogger e grazie per avermi dimostrato che il mio periodo di stanchezza è dettato più da ragioni personali che da una nuova temperie incapace di produrre cose interessanti, gratis, qui su web).