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Stanca di blog: le ragioni, e le scuse, per cui non sono più tanto presente

Qualche minuto fa ho ricevuto la mail di un amico che mi comunicava con dispiacere la chiusura di un blog. Un blog molto seguito, tenuto da uno scienziato molto seguito, che a un certo punto ha semplicemente gettato la spugna. E ha scritto ai suoi lettori in tutta onestà che un blog, quando cresce, non è più sostenibile.
Perché è vero che quando hai un blog sei l’editore di te stesso, e dunque libero di scrivere quello che vuoi, ma è ancor più vero che sei l’unico a pagare il prezzo di questa libertà. Quando questo prezzo diventa troppo alto, il bilancio non torna più.
Io invece non sto chiudendo il mio blog. Ma non credo che possa continuare a essere quello di prima.
Non so se comincerò a pensare che avevamo ragione un tempo, quando ci facevamo pagare a cartella e in vile denaro, invece che in monete di popolarità virtuale. So però bene che a proposito del blog, da qualche mese, vivo un momento di grande stanchezza. E che forse sarei corretta se lo spiegassi qui, a chi arriva o è solito arrivare su questa mia personale pagina di chiacchiere ormai silenziosa da tempo.

Dunque in sintesi: succede che quando apro una finestra di scrittura per avviare un nuovo post mi assalgono alcuni pensieri molesti.

Il primo è un pensiero intriso di realtà: “a chi interessano le mie opinioni sul mondo?”.
Sempre di più mi rispondo con una maturità che davvero non mi aspettavo sarebbe capitata proprio a me: “a nessuno, Silvia. Non interessano a nessuno”.
Anche perché io stessa, da quando esistono blog di ennemila tipi (compresi i blog anonimi che personalmente chiuderei d’imperio), mentre li leggo penso “ma perché sto dando credito a questo qua?”.
Chi non ha un editore ed è un solitario scrittore di idee personali e gratuite, è uno che crede molto in se stesso. E spesso non ha qualcuno che crede in lui tanto da pagarlo. Perciò io mi fido di un blogger solo se mi pare dimostrare una vera competenza, ma sono sola nel giudizio. E ho imparato che essere soli nel giudizio può portarti a credere a enormi cazzate. Alla fine, ahimè, sono pochi i blog che oggi continuo a leggere con interesse e fiducia.
La stessa domanda (“perché sto dando credito a questa qua?”) penso che debba insinuarsi nella testa di chi finisce sul mio. Tanto più che il mio, a differenza dei blog che seguo, è un blog non-tematico scritto da una che non ha particolari competenze in niente. Per cui chiedersi perché leggerlo è più che lecito.

Non è una riflessione originale, ma qui su web confondiamo la libertà con un sacco di altre cose. Per esempio, confondiamo la personale libertà di scrivere in solitudine con la libertà di poter dire qualsiasi stupidaggine ci passi per la testa, rinunciando a riconoscere, invece, che al mondo c’è chi sa e chi non sa.
Una pagina web non ti dà autorevolezza: ti dà solo uno sgabellino da cui urlare.
E una pagina web oggi è capace di fare miracoli soprattutto su un esercito di scemi del villaggio che per la prima volta nella loro storia possono coalizzarsi, sentirsi tanti, farsi forza e diventare aggressivi. Aggressivi nel proporre idee fasulle e paranoiche, abili nel reclutare sempliciotti e onesti dubitabondi in cerca di risposte su Google, ma anche violenti nel rispondere a chi ostacola la propagazione delle loro fandonie.
E allora perché dobbiamo continuare a credere che la blogosfera sia solo personale libertà?

Questo vale per chi i blog li scrive, ma vale anche per chi li commenta.
Perché qui su web uno che tiene un blog, nel prezzo di cui sopra, non deve considerare solo il tempo che impiega per pensare e produrre un post ragionevole. Ma anche il tempo, teoricamente tendente all’infinito come uno scroll verso il basso, che impiegherà per leggere e rispondere ai commenti.
E se tante volte, leggendo blog altrui, mi dico “ma questo perché scrive cose così, a chi, e con quale competenza?”, leggendo il mio mi sono trovata a dirmi “ma perché devo perdere tempo ad assecondare i rompicoglioni?”.

Il più delle volte, il rompicoglioni infesta la tua bacheca, a volte infesta la tua mail, di sicuro ti raggiunge sui social network, e spesso ti accerchia su tutti i mezzi di comunicazione che hai. A volte me lo sono addirittura trovato accanto in carne e ossa. Che se può far piacere al mio ingravescente lato retrivo e conservatore (“oh, finalmente usciamo dal virtuale e torniamo alla realtà”), alla fine è una giornata rovinata.
Ci sono anche i rompicoglioni involontari. Quelli che non vogliono esattamente fare i rompicoglioni, anzi vogliono fare i simpatici e un po’, ma solo un po’, ti corteggiano anche. Solo che non si rendono conto che anche nel virtuale, come nel reale, se una povera crista fa finta di non sentirti è perché si è rotta le balle, ha altro da fare, per esempio ha una vita vera.

Ecco: se hai un blog, il numero di rompicoglioni buoni o cattivi può diventare ingestibile.
E in tutto questo rumore di fondo i tanti (tanti, nel mio caso) con cui invece avresti un dialogo sano e costruttivo, ragione per cui hai deciso di aprire un blog, finisci per perderli. Per non goderteli più.
Quando ne compare uno dal vivo, durante un festival o con una mail gentile, quasi ti sorprendi.

Credo che ognuno abbia una sua personale soglia di sopportazione alla popolarità, e alle sue molestie. Visti i numeri che fa oggi questo sito, temo che la mia sia bassa.
Ma per essere davvero onesta devo aggiungere una cosa.
A un certo punto il pensiero “a chi interessano le mie opinioni sul mondo?” non ha cominciato ad assalirmi solo quando scrivevo sul blog. Ma mi è venuto anche in altre circostanze che, semplicemente, prima non esistevano. E non esistevano perché la popolarità di cui sopra non te la costruisci solo con un blog (non scherziamo) ma se fai un mestiere come il mio ti arriva in molti modi. E alla fine capisci che quelli a cui interessi le tue opinioni le sanno già o, più semplicemente, le hanno ascoltate, commentate, discusse, condivise, e quel che cavolo hanno voluto farci, in altri modi. Se poi avete voluto interagire e scambiarvi reciprocamente delle idee, lo avete fatto benissimo comunque, senza dovervi esporre in pubblico, senza affidare all’web frasi che dopo anni e anni non riconoscereste nemmeno più.
Cioè, per essere franchi: quando c’è qualcuno che ti lascia spazio e ti fa esprimere in posti migliori di questo, il blog ti sembra che non ne valga più tanto la pena.

Anche perché un’altra semplice vera verità è che scrivere costa. Tempo. E quindi denaro.
Ed è un’altra delle panzane che ci siamo messi in testa di recente, quella per cui le cose su web debbano essere gratis. Se non stai pagando per avere una certa informazione, la probabilità che quell’informazione sia falsa, o che nasconda un altro tipo di messaggio, o che serva a farti credere cose utili ad altri, cresce moltissimo.
E poi, stupore, fare informazione è un mestiere: al giornalismo delle folle, in cui chiunque può essere un erogatore di notizie nel nome della democrazia, non ci credo proprio per niente.

Io, poi, non è che senta molto la vocazione del profeta. Né penso di essere in grado, attraverso un blog, di cambiare i destini di qualcuno, o di cambiare i termini di un qualche dibattito. Né mi piace quando qualcuno si aspetta un vaticinio da me, perché non lo so fare, non è il mio mestiere. E perché so di essere una che si scoccia in fretta e che, magari troppo presto e con scarsa sensibilità verso l’interlocutore, può sbottare con un secco “queste storie del limone alcalino, dell’automobile ad acqua, della scomparsa delle rosse, delle multinazionali del male, del civoglionoavvelenaretutti, del bicarbonato che cura il cancro, degli immigrati che crocifiggono i gatti, di ebola alle elementari di via xx settembre… ecco, sono tutte stronzate. Tutte. Stronzate”.
E spesso non fa nemmeno tanto bene al mio fegato, né alla mia immagine.
Sono stata la Giovanna d’Arco contro le scie chimiche, la San Sebastiano dei fautori delle terapie del blablabla, ho recitato la parte della vendicatrice smascherata di ventisei secoli di scienza medica occidentale, ho alzato il ditino sulle verdure del contadino, mi sono inalberata per il cattivo uso delle parole “biologico” e “chimico” e ho detto a voce alta cose di enorme impopolarità su scienziati che i miei colleghi giornalistidisinistra descrivevano come servidelpotere (qualsiasi cosa questo voglia dire).
Ma adesso un po’, solo un po’, credo di aver bisogno di riposo.

Per cui ne approfitto per un rapido “ciao a tutti!”, per ringraziare i (tanti, dicevo, nel mio caso) che hanno commentato i miei post arricchendo la discussione e me stessa, diventando veri amici virtuali, mi scuso con loro per la vena depressiva di cui sento intriso questo post, adesso che l’ho riletto. E mi prendo un po’ di tempo per pensare.
Non credo che risponderò ai commenti che arriveranno qui sotto.
Quanto ai rompicoglioni, arrivederci alla prossima illusione di libertà.

 

 

(proprio adesso ricevo l’invito di un’amica a seguire il blog di una sua amica. Auguri alla neoblogger e grazie per avermi dimostrato che il mio periodo di stanchezza è dettato più da ragioni personali che da una nuova temperie incapace di produrre cose interessanti, gratis, qui su web).

 

 

22 comments

  1. Lorenzo Cruciani

    Ti scrivo nella speranza di sollevarti un po’ il morale in parte per simpatia nei tuoi confronti e in parte per egoismo (la ragione del quale sarà chiara in seguito). Ti ho conosciuta grazie a Nautilus, che mi ha portato a conoscenza di vari argomenti che ho approfondito per conto mio e sono diventati piccole passioni che si accompagno ad i miei studi di fisica all’università. Trovando interessanti e simpatici i tuoi interventi nel suddetto programma, cercando nel web, mi sono imbattuto nel tuo blog; il quale mi ha dato ulteriori spunti per approfondire i miei “hobby scientifici”. Visto che i miei studi stessi sono stati in parte indirizzati da letture/ascolti di matrice divulgativa, tendo a dare molta importanza a queste cose, chiedendomi se forse non sarebbe mancato qualcosa alla mia formazione o alla mia cultura generale.
    Questo pistolotto per dirti che da un articolo su un blog che “non interessa a nessuno” posso nascere delle piccole nuove passioni per un lettore, che dopo averle approfondite sarà grato al blogger di turno per avergliele presentate.

  2. Netiquette. Quando l’accesso alla rete (fortunatamente?) era ristretto ad una minoranza di nerd, si chiamava cosi` quell’insieme di regole di comportamento che gli utenti si davano nelle email, soprattutto nell’accedere a newsgroup (un newsgroup era lo strumento per condividere informazioni su un tema, che c’era prima dei forum, che c’erano prima dei social network di massa). Chi non si uniformava a tali regolette veniva ignorato, rimandato alla pagina che descriveva la netiquette di quel gruppo, oppure bannato, a seconda della gravita` della violazione. Wikipedia ne fa una buona descrizione, ma se ne trovano anche di piu` dettagliate. Visto che una scarsa “netiquette” e` alla base dell’imbarbarimento da social network, di cui mi sembra di capire sei stata vittima 😉 magari potresti andare a ripescare alcune di queste regolette e farne un articolo bello e che migliori la societa`.

    Un caro saluto,

    Enrico

  3. “a chi interessano le mie opinioni sul mondo?” è la domanda fondamentale di un blog personale, ed è la stessa domanda che causa crisi cicliche alla maggior parte dei blogger che non parlano del contenuto della trousse di trucchi (ma pure quelli, prima o poi, crescono).

    La mia quadratura del cerchio, attualmente, è che scrivendo pubblicamente (e non davanti a una più salutare birra) per chi conosco, riesco a incontrare chi non conosco. Pure io ho conosciuto te attraverso il blog, e ti ho commentato una volta, tempo fa, e in modo relativamente aggressivo pure, ma ho continuato a seguire da allora tanto che pur di comunicare commento ora pure da un’aeroporto…

    Ma io non sono un giornalista, e la birra con la maggioranza dei miei amici implicherebbe diverse ore di viaggio vivendo all’estero e viaggiando ancora di più e quindi un po’ di sprone ce l’ho.

    L’analisi che fai della blogosfera è accurata, e “la missione” a volte è necessaria per andare oltre alle crisi, ma spero che questa sia solo passeggera.

  4. Cara Silvia,
    credo che, per fortuna, i problemi che poni vadano ben oltre la tua – interessante – vicenda personale e perciò mi piacerebbe che tutto quello che c’è in nuce nel tuo post non andasse perduto.
    Te lo dico qui, e non con un messaggio privato, solo per coerenza del sistema.
    però non mi dilungo a dirti tutto, perché non sono veloce come te a digitare (nonostante i tanti anni in più di allenamento), perché non avrebbe senso aprire qui il dibattito dopo quello che hai scritto (sarebbe scortese tirarti in mezzo così), e anche per lasciare un po’ di suspence.
    A te la prossima.
    Paolo

  5. Francamente non comprendo il senso di questo post. O meglio mi è chiarissimo lo stato d’animo, ma non le ragioni con le quali viene razionalizzato. Soprattutto sono stato negativamente colpito da una frase che dimostra come sia difficile a chiunque sfuggire allo zeitgeist: “Chi non ha un editore ed è un solitario scrittore di idee personali e gratuite, è uno che crede molto in se stesso. E spesso non ha qualcuno che crede in lui tanto da pagarlo.”Il denaro, ovvero il mercato diventa la misura della verità e della competenza. Oltretutto è una sciocchezza: fino a tutto il Settecento non esisteva o era rarissima ed episodica la figura dell’editore, ma c’era solo lo stampatore che l’autore pagava, compresi Spinoza e Leibniz, due fra centinaia di esempi di “blogger” d’antan che purtroppo dovevano pagarsi l’espressione delle proprie idee personali e gratuite. E’ proprio sicura che venire pagati da un giornale, spesso edito per ragioni affatto diverse dalla diffusione di idee e di notizie sia la misura e la dimostrazione della propria credibilità e della propria competenza o semplicemente dell’approssimazione non dico alla verità ma si una aspirazione ad essa? Basta leggere per rendersi conto che spesso l’essere pagati è divenuto un mezzo per fare strame della propria competenza, ammesso che essa esista davvero. Da dove nasce l’idea che la gratuità sia sinonimo di sciocchezza e l’essere pagati fonte e dimostrazione di attendibilità? Era pagato più Galileo o la frotta di aristotelici sparsi per i vari “studii” europei? Capisco che fare parte di un clan che ha in odio la possibilità generalizzata di scrittura che toglie sacralità al cosiddetto intellettuale ha il suo prezzo. Dunque è verosimile.

  6. …tristemente illuminante piuttosto che depressivo (diciamo come l’ Indemburg durante l’ ultimo parcheggio)

    ho sempre pensato che lei avesse una personalità complessa (e per questo affascinante)
    però una personalità di natura buona o perlomeno schietta, invece quello che mi ammorba da molti post in qua
    è che sembrano essere spot publicitari alla vostra figura professionale
    invecie di essere semplicemente qualcosa di “sentito” per chiunque abbia voglia di leggerlo

    potrei sbagliarmi ed essere troppo malizioso ma agli inizi non era affatto così!

    in ogni caso mi immagino che una professionista possa anche permettersi uno spazio pubblico di leggerezza
    (non dico di “sbrago totale” che la porti a pentirsene dopo qualche anno) dove fà scendere sul ring la parte caciarona di sè
    senza che i colleghi o i critici dei media possano da questo dubitare della sua serietà o competenza!

    Ma non vi rilassate mai voi gente dello scpetacolo?
    Anche le coltellate a tradimento subite rovinano il curriculum?
    Forse dovresti avere per prima maggiore considerazione di te stessa senza misurarti di continuo…

    … oltretutto le opinioni che contano le avete GIA’ piegate a vostro favore; quindi è tempo di dedicarsi ai comuni mortali
    che si frantumano-zebbedei-già-abbastanza e vorrebbero qualche boccata di aria buona
    …gente che vorrebbe tornare a dire “la Silvia è troppo forte!”

  7. Si Silvia, hai bisogno di placare questo fiume verbale e di raccontare tutto quello che ti passa per la testa a qualcuno di particolare e non a “tutti”.
    Comprensione.

  8. Decidesti d’esser letta per alleggerirti dal peso di un’identità che non hai ancora trovato. Speravi segretamente, senza saperlo, che dei lettori anonimi e presenti ti avrebbero risparmiato l’ingrato compito di trovare te stessa. Ma l’auto-inganno non poté funzionare. E così, ora, hai emulsionato in superficie questo sfogo che trasuda paura e incertezza, per prudenza contrabbandandolo per razionalissimo pessimismo di chi, come tanti, ha attraversato la piccola avventura di avere un blog. Ma tu non sei come tanti. Sei tu. Ciao,

    Q.

  9. Rettiliano di merda !

  10. Mi scusi cara Silvia, ma un giornalista è un giornalista…ed uno scienziato è uno scienziato, mescolare le due cose non l’aiuterà di certo. A volte troviamo ,nelle riviste scientifiche ufficiali che qualche scienziaato pubblichi qualche articolo sulle sue ricerche/scoperte… ma se lei ha frequentato questo ambiente “scientifico” avrà notato che è il peggior ricettacolo di invidie ,gelosie e diatribe da prime donne tra laboratori,ricercatori e scienziati…nessuno di loro scambia un solo dato con l’altro, il progresso è limitato da una guerra sotterranea invisibile ai più…a coloro che parlano di comunità scientifica…è pura fantasia…non esiste una cosa del genere, esiste solo il dio denaro, la vendita e la commercializzazione di prodotti derivanti dalla ricerca scientifica…che di scietifico hanno solo l’appellativo. Prime donne da bordelli, a questo è ridotta la scienza, se non in pochissime eccezzioni. Ma la gente si beve ogni cosa, basta che contenga l’appellativo di scienza. Già leggendo l’articolo qui sopra si capisce il sui ergersi, ed ahimè il suo ego ferito la spinge ad affermare “perchè dovrei dare credito a questo qua” …senza capire che magari il questo qua si sta sfogando o cerca di riempire il suo ego…proprio come lei e magari si fa le stesse domande. Bye bye !

  11. Buona sera dottoressa,

    qualche sera fà vi ho vista alla RAISCUOLA e mi siete sembrata sempre, sempre, sempre più triste,
    allora mi è venuta in mente una idea geniala:
    invecie del blog serio e impegnativo bisognerebbe mettere in pista un sito di umorismo scientifico!

    sia le barzellette dei scienziati
    (tipo: due particelle elementari attraversano l’ LHC,
    Attento al fascio! splat, quale fascio? splat HAHAHaHaHaHa)

    sia le idee genialissime
    (tipo: dei scienziati potrebbero chiudersi dentro un conteiner per un anno e spreimentare il viaggio su Marte! HaHaHaHaHa)

    sia le idee assurde
    (tipo: la bellezza non ha nulla a che fare con l’ intelligenza! HAHAHAHAHAHAHAHA, non l’ho capita!)

    e altre cose così…

    …effettivamente ricordo che già una altra volta avevate sparlato dei vari rompiballe che vi molestano con l’ idea del millennio,
    ma questa volta avete anticipatamente dichiarato che NON avreste cagato di striscio i vari lasciatori di commenti e allora TIE’

    comunque: auguri per tutte le molte feste in corso, soprattutto la befana!

  12. Da te ascolterei o leggerei anche un parere sul riporre la tazzina del caffè nel mobiletto col manico a destra o a sinistra. A questo servono le persone intelligenti e sensibili, a gettare un po’ di luce intorno…
    Un saluto,
    Pino

  13. Gentilissima Silvia, capisco lo stato d’animo. Per quel che può servire, a me interessa la sua lettura della realtà. Cordiali saluti, Chiara

  14. Il fascino della semplicità
    (e i tradimenti del semplicismo)

    Come ogni grande, appassionato amore,
    anche quello per la semplicità non è facile.
    Richiede cura, attenzione, dedizione.
    Con gioia quando nasce l’armonia,
    smarrimento quando si infrange.

    C’è mai stato, in qualche antico rito, un tempio dedicato al culto della
    semplicità? Non sono mai riuscito a trovarne alcuna notizia. Se ci fosse,
    sarei curioso di capire la cultura da cui è generato, di conoscerne le forme
    e i rituali, per imparare se (e come) possono aiutare a far crescere in noi
    il gusto, il piacere, la voglia di coltivare quell’arte sottile e illuminante.
    Non è necessario che sia un culto. Ma mi piacerebbe che ci fossero
    in tutte le piazze del mondo (e in tutte le scuole, università e accademie)
    monumenti dedicati alla semplicità. E che i migliori scultori del mondo
    facessero a gara per rappresentarla nel suo affascinante splendore.
    Michelangelo diceva che è facile fare una statua. Basta vederla
    dentro un blocco di marmo e togliere quello che avanza.
    *Livraghi 2009.

    Ciao Silvia,
    solo avendo il coraggio di chiudere gli occhi avremo la possibilità di accedere alla semplicità con cui fai fruire la conoscenza opportunamente filtrata dal tuo cuore prima e dalla ragione poi.
    Nella descrizione dell’ anima passionale della ragione scientifica è descritto chiaramente il percorso alla verità del presente, solo chi avrà la forza di percorrere la strada della scoperta sarà in grado di “sentire” tale passione.
    Il 99,9 % dei lettori di blog , me compreso, cerca di riempire il vuoto di conoscenza , come Cartesio però ci troviamo impelagati dalla nostra enorme ignoranza che emerge man mano che si va avanti.
    Se non ci sediamo sullo sgabello dell’umiltà il nostro tentativo di riempire il vuoto sarà non solo vano ma anche devastante per la voragine della nostra ignoranza che ci si apre difronte.
    Un caro saluto, Francesco.

  15. Giampaolo Ciurli

    Il mare sullo sfondo è azzeccato, almeno per me che ho trovato una bottiglia con dentro questo foglio arrotolato. Carissima, è il prezzo della società iper-organizzata. Che senso ha entrare a casaccio in un’aula universitaria ad ascoltare una lezione di matematica quantistica? Eppure chi è lì perché iscritto al corso di matematica lo fa con interesse sia culturale che speculativo. Ogni docente è un piccolissimo dispensatore di conoscenza i cui frutti sono sotto gli occhi di chi vive. ….Ora devo portare mia figlia a scuola , ciao bravissima Silvia…

  16. Un Blog non da nessuna garanzia in assoluto, qualunque esso sia, semplicemente perché non appartiene a colui che ne fa redazione ma adempie alle esigenze di colui che lo edita, e che appena ne percepisce un ‘”audit” valido o un qualunque altro intereese ne stabilisce “arbitrariamente i costi.

    Codesta é purtroppo la realtà, compensata esclusivamente da un attuale stao di fatto:

    Oggi come oggi, il costo e l’appropriazione di un nome di dominio, é bene inferiore ( circa 98-130 € annui), con diversi vantaggi, tra i quali la benedetta garanzia di una paruzione costante e assente di una qualsiasi induzione (publicità, accalappiamenti vari…)
    L’unico neo, ne é la gestione, il deposito delle pagine, cui coerenza e stabilimento resta a carico dell’utente con un dovuto motore (ftp), di trasferimento e sincronizazione dei dati htmls. Non é difficile, diversi ausili esistono, solo necessari l’implicazione e la cultura a codesto contesto specifico. chiunque necessiti di maggio informazioni o dettagli sono disposto a fornirli anche se con il mio italiano mal strutturato, con parecchi “strafalcioni”, vivo in Francia, pensionato, ex sistemista amministratore di una nota holding di sviluppi informatici.

    Aprrezzo il vostro lavoro cara Sivia, sono io stesso di cultura scientifica, e vi seguo e apprezzo.

    Un caldo abbraccio

    Raffaello

  17. Buongiorno Silvia,

    io personalmente ho trovato anche quest’ultimo post molto interessante, sebbene la sua forte connotazione personale tenda a oscurarne i caratteri di oggettività. Credo – questa è la mia personale opinione – che il Suo post sia un’altra sincera e utile testimonianza di quanto impegno, tempo e risorse siano necessarie ai blogger per mantenere attivo un blog che non sia la solita sorgente di immondizia digitale (ciò che purtroppo sta rendendo il cyberspazio un luogo sempre più triste e decadente).

    Gli utenti che non abbiano mai fatto esperienza di cosa significhi pubblicare qualcosa non hanno idea dell’impegno e del tempo necessario alla stesura di un post, delle ore passate a documentarsi, di quelle necessarie per snellire il testo e renderlo fruibile alla più vasta platea possibile, o per l’integrazione di eventuali contenuti multimediali. Non parliamo poi della gestione dei commenti, dell’impegno a leggerli, eventualmente rispondere loro o censurarli, e delle ulteriori vicissitudini che ne conseguono – come nel suo caso specifico – quando si è un personaggio pubblico.

    Se si avesse ben chiaro anche solo il 10% di tutto questo lavoro, il buon senso imporrebbe di commentare *soltanto* in presenza di argomentazioni utili al post proposto dall’autore, e di partecipare al dialogo rispettandone lo stile e il taglio del blog (per me un blog è la trasposizione virtuale asincrona del salotto di casa dell’autore di cui si è ospite), anche per non deludere o infastidire gli altri lettori, che pure sono presenti (un blog, purtroppo o per fortuna, è di fatto costituito anche dai commenti dei suoi lettori).

    Proprio nella consapevolezza di tale lavoro (in definitiva è una piccola redazione editoriale, però declinata nel paradigma one-man-band), io sono assai favorevole alla contribuzione economica per l’esistenza del blog: se quest’ultimo è attivo, è perché l’autore sottrae tempo alla sua vita personale e lavorativa per manutenerlo, e questo dispendio di risorse dovrebbe essere in qualche modo ricompensato per avere una qualche garanzia/speranza di sostenibilità. Io personalmente sono ben felice di pagare per ottenere in cambio informazione interessante e di qualità – e senza pubblicità! -, e credo come me siano tanti gli utenti a pensarla allo stesso modo (se un compenso deve pervenire a qualche soggetto, voglio che vada a lei che seleziona/produce per me le informazioni migliori, e non a qualche advisor i cui prodotti non mi interessano assolutamente).

    Per tutti questi motivi, La ringrazio immensamente per tutto l’impegno e la generosità finora profuse per rendere il web un posto migliore con questo blog, e spero di continuare a leggerLa da qualche parte in rete (oltre ovviamente ai consueti appuntamenti su Radio3).

    Buona giornata,

    Michele Testa

  18. Ahem…scusi, io leggo un lunghissimo sfogo. Mi colpisce quel “a chi interesserà quello che scrivo sul blog?” Se uno scrive su uno spazio pubblico, aperto e gratuito, sta come il tizio di Hyde Park. Oppure è come, in grande, uno che parla ad amici e conoscenti ad una cena molto frequentata. La fiducia (quella che questi ultimi tre o cinque o dieci anni hanno tolto pian piano a tutti, dico tutti, non solo lei, che evidentemente si sente sola…come tutti, ma son tutti più o meno sulla stessa barca sua o peggio) è quella che metà trovino interessante il discorso e incoraggino le opinioni, e anche l’autore. E che l’altra metà non siano così interessati ma potrebbero diventarlo, o comunque stare a sentire, per amicizia e solidarietà, o almeno per simpatia e fiducia (tutto materiale da “Chi l’ha visto”) verso chi sta parlando. Se son tutte note serpi, potenziali ipocriti e manipolatori in cerca di complicati (e improbabili) tornaconti a suo danno, o sconosciuti di somma indifferenza, forse meglio star muti finché non si ha un pubblico diverso.

    Poi rifletto che mi dispiace, mi rifarò sugli altri contenuti del sito. Che però sono anche segnalazioni di libri, discorsi, ecc. che riprendono gli spunti abbozzati con i post. Ma non diceva che non interessavano a nessuno?

    Il problema, senza troppe polemiche, è il prestigio, il guadagno e l’efficacia del mezzo “Blog”? Allora sto leggendo solo un vecchio momento di incertezza (che ha portato ad una decisione).
    Poteva anche essere meno triste e complicato, magari scritto subito dopo il momento di (errata) svalutazione di quanto scritto e suonare così: “Vedo che il blog ha pochi consensi e attira una quantità di provocatori gratuiti e approssimativi da far paura. Ho deciso, a malincuore, che d’ora in poi questo sito
    servirà solo a far conoscere la mia professione. Grazie ragazzi, che ancora volete seguirmi e non usarmi come pattumiera della frustrazione quotidiana. Mi avete sostenuta molto: continuerò a darmi da fare come giornalista e scrittrice. Spero mi seguirete altrove, dove potrò farmi sentire molto meglio. Qui mi sembra di urlare al vento.”
    In fondo il succo è questo,ma la lunghezza è un po’ autocompatimento. Le classiche cose che si scrivono di getto. Mi capita spesso.
    Passare ai libri e dirlo in breve e “a macigno” sarebbe suonato un “tradimento per il vil denaro?” Sì e no, principalmente sarebbe stata la lettura senza sfumature di un hater. Il genere di persone che lei non vuole. Se ne freghi. Il mondo è diventato pieno di gente che “se ne frega” e che ha inaridito la disponibilità della gente. Disinteresse che meriterebbero loro, se non si ponessero (e a volte fossero) maggioranza relativa.
    Piuttosto premi sull’editore perché tenga bassi i prezzi (uno dei problemi veri per cui la gente non legge, al netto dei massimi sistemi). Magari leggeremo quelli, e nessuno dirà che è la cosa fatta a tempo perso della Signora Nessuno. E bye bye all’età dell’oro di Internet, che ormai è un media annoiato, un media a contagocce e ad annunci pubblicitari, un media come un altro. Questo post e una serie di interventi simili di altri di una manciata d’anni fa, in giro per la Rete sono già preziosi a fini “storici” Un cambiamento esasperato, col “turbo”). Documentano un pochino una mentalità di Internet stravolta in fretta, dall’ “esprimiamoci, scambiamo idee” al “chi me lo fa fare se non si traduce in un mestiere, classico; chi vuol parlarmi è più probabile che voglia approfittarsene”. Avvilente.

  19. Non so se il mio lungo commento è stato pubblicato o cestinato perché il post è di tanto tempo fa (ma almeno era lungo ed argomentato, me lo deve riconoscere: anche i commentatori scrivono per il gusto di farlo e di farsi ascoltare, e non bisogna pensare che il loro non sia tempo di qualità, sottratto ad ipotetico guadagno, che pare l’unico modo rimasto per dire “è uno sforzo che vale”).
    Ecco la versione ancora più breve, come forse sarebbe stato il caso per quello che ha scritto lei.
    Penso che sia tramontato, di colpo, dopo numerose avvisaglie, prima il rispetto reciproco, online e in sincronia anche offline, e poco dopo l’entusiasmo (degli scrittori, degli internauti e poi delle persone in generale, anche al lavoro, per quello). Infine è tramontata la disponibilità. O più che altro quella bella, ampia disinvoltura con cui non la si razionava, tanto che era quasi incondizionata. Siamo tutti in fase “Accà nissciun’ è fess’ “. La capisco. Almeno questo si può ancora dire o siamo già tutti anche stronzi?!

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