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Arrabbiarsi: bisogna saperlo fare. Vademecum per lo scienziato che protesta coi giornalisti

Una delle cose più imbarazzanti che capitano a chi fa il giornalista scientifico è la mail (o la telefonata) dello scienziato che si lamenta di un articolo contenente errori. Quelli come me non possono che annuire, rispondere in maniera evasiva, chiedere scusa per la categoria, sperare che la conversazione finisca in fretta.
Ma, da più parti sollecitata, ho deciso di prendere in pugno la situazione e di riassumere qui di seguito un breve elenco di istruzioni affinché la protesta sia efficace e abbia, persino, una qualche utilità.

1. Si protesta con la persona giusta.
Sennò si fa come quello che attacca la pippa al compagno di coda alle poste, per dire quanto le poste siano inefficienti. Si diventa inutilmente molesti.
La persona giusta non è mai il giornalista freelance, che anzi probabilmente si starà mordendo le mani: se quell’articolo l’avessero fatto scrivere a me, sta pensando, avrei tirato su quei bei 70 euro, avrei scritto una cosa sensata, e adesso non mi toccherebbe stare a sentire lo scienziato che si lagna. E non aspettatevi che il giornalista freelance giri la vostra protesta alla persona giusta: oltre al fatto che non si capisce perché lui dovrebbe fare il postino per voi, magari mettendosi anche nei guai, sappiate che avete un ufficio stampa apposta anche per queste incombenze.
Chi è la persona giusta? Chi ha scritto il pezzo e soprattutto chi lo ha commissionato.
Un po’ di iniziativa e trovate tutti i nomi. Parola chiave nel settore: colophon, o tamburino di gerenza, per gli amici gerenza. Io ve l’ho detto, il resto si trova su Google e nelle pagine del giornale.

2. Si protesta in fretta.
Non si aspettano quei cinque giorni perché tutti i colleghi del dipartimento possano leggere, correggere, aggiungere e firmare una lunga mail di precisazioni.
Uno che lavora in un giornale ha a che fare con diverse centinaia di notizie al giorno, alcune delle quali (tante comunque) diventano articoli. Passati cinque giorni, anch’io che scrivo da casa, e scrivo solo i miei articoli e non vedo quelli degli altri, ricordo a malapena che cosa ho esattamente messo in un pezzo. Passati cinque giorni, cioè, non serve proprio a niente. Ma nemmeno passati due.

3. Si protesta in maniera chiara.
Il titolo della mail, cioè, deve essere breve e comprensibile. Non deve sembrare il titolo di uno di quei trattati degli svitati che noi giornalisti riceviamo di continuo e nemmeno un comunicato stampa (diverse decine al giorno, direi una cinquantina, solo a me personalmente).
Quindi niente precisazioni in merito… le reali prospettive di… Direi che un icastico errori nel vostro articolo xxx può andare.

4. Si scrive poco, e bene.
Poco.
Poco vuol dire cinque righe. Sei, ok. Sette compresa la firma. Di più, a schermo, neanche io riesco a leggere niente che non sia davvero molto interessante o che non sia intervallato da fotogallery di mangiatori di cocomeri o dei cani più brutti del mondo.
Spezzate la mail in paragrafi. Usate gli elenchi puntati.
Rileggetevi ad alta voce, immaginando di avere davanti un pubblico di persone poco interessate a quello che dite e profondamente ignoranti su quella roba lì (ma coltissimi su cose di cui voi non sapete niente: siate rispettosi, diavolo!). Se non siete capaci di trattenerli, dopo un minuto se ne vanno tutti. E siccome non è il vostro mestiere, non siete capaci.
Quindi non scrivete roba che richieda più di un minuto per essere letta.
Bene significa bene.
Non usate parole incomprensibili, tecniche, desuete, sbruffone. Non mettete troppi link (uno basta, e sappiate che nel 90% dei casi non viene aperto) e non mettete troppi allegati. Anzi, non mettetene proprio.
Se mi annoio, per quanto possa sforzarmi, i miei tempi di attenzione crollano e si posizionano nei pressi di quelli del moscone, presente? Il moscone che va a sbattere sul vetro, torna indietro, poi si gira e dice: una finestra aperta!
Quindi non riesco a leggervi oltre.

5. Un trucco, per niente segreto: mettetevi nei panni di chi legge.
Come in tutte le operazioni che hanno a che fare con la comunicazione, provate a mettervi nei panni di chi dovrebbe ricevere il vostro messaggio e chiedetevi: ma se questa cosa qui la scrivo in questo modo qui, uno che non ha consuetudine col mio lessico che cosa capisce? E soprattutto: che sentimenti proverà?
Non dovete risultare antipatici: fatelo per la categoria. Voi avete tutto il diritto di essere antipatici, ma in quel momento è un po’ come se scriveste a nome di tutta la scienza: sentitevi addosso la responsabilità di attivare un dialogo onesto e pulito. Far sentire l’interlocutore uno stronzo è il modo migliore per fargli cestinare istantaneamente la vostra mail.
Ma soprattutto rassegnatevi: le emozioni e i sentimenti sono importantissimi, quando si comunica. Non pensiate di cavarvela solo coi numeri, tsé.

6. Una domanda chiave: perché quell’errore è grave?
Anch’io, che cerco di fare il mio mestiere in scienza e coscienza tutte le volte che mi siedo alla tastiera, a volte faccio errori. I miei errori sono (nel 99% dei casi…) errori del tipo che capita quando si hanno 40′ per scrivere un pezzo su una cosa di cui non si sa niente. Una volta ho scritto che le Hawaii sono nell’emisfero sud, per dire. Quando me ne sono accorta mi sono mangiata le mani. Onestamente, però, non credo che questi errori facciamo gravi danni.
gravi danni sono quelli all’immagine sociale della scienza, che non deve diventare una roba per gente bislacca o peggio per incoscienti, o i danni alle categorie vulnerabili, come quegli articoli che incoraggiano all’uso di medicine alternative o alla sfiducia nei confronti della medicina ufficiale. O le marchette, le chiarissime marchette.
Siate chiari nell’evidenziare la gravità della cosa, e onesti con voi stessi: serve davvero segnalare quell’errore? (Di quanti altri non vi accorgete, quando si parla di roba che non è il mestiere vostro?) E puntate il dito sul vero problema, non sui dettagli.

7. No all’aggressività, no all’ossequio.
Chi vi legge è una persona come voi. Probabilmente ha fretta, o forse no: ha i figli che escono da scuola, cento mail arretrate, il raffreddore, un libro a metà sul comodino e altri otto aperti sul divano, le sue preoccupazioni, le sue felicità, la sua solitudine e il suo svago. Come voi, ha le sue passioni, ma ha anche i suoi sereni angoli di disinteresse: tra questi probabilmente c’è la scienza, come per voi c’è la musica punk o la gastronomia, il basket o la magia bianca.
Non partite dall’idea che è un cretino. Non lo è, e comunque non avete il diritto di pensarlo.
Oppure, semplicemente, fatevi furbi. Sappiate che si sente, e si sente tutto, se pensate che chi vi sta leggendo sia una persona di scarso valore.
A seguire: chi vi legge è una persona normale e non c’è nessun bisogno di omaggiarlo, perché è famoso, perché dieci anni fa ha scritto un editoriale che vi ha aperto gli occhi, perché ha un nome importante… È una persona come tutti e come tutti sbaglia.
Insomma: non perdetevi in panegirici e salamelecchi (che talvolta sono anche assai ridicoli) e non scrivete che l’articolo era peraltro interessantissimo, perché non state scrivendo per quello. Capita, e capita spesso, di essere grati a chi ci informa di un errore. Quindi chiamatelo errore.

8. Cercate di farci capire se la vostra segnalazione ci sarà utile in futuro.
Noi scriviamo tanto, di tante cose diverse. Se da una vostra segnalazione possiamo imparare qualcosa, (generalmente) siete benvenuti. Ma se non riuscite a farci capire la lezione per il futuro, ciao. L’articolo è già uscito, non si può più correggere: oggi stiamo scrivendo di meduse e di asteroidi non ci capiterà per un pezzo di dover scrivere di nuovo. Che cosa mi devo ricordare per la prossima volta?

9. Una tremenda verità: i coglioni sono ovunque.
È una consapevolezza adulta che ci deve guidare in ogni circostanza.
Così come può capitare di scoprire che una nota firma che, per sentito dire o per scarsa attenzione, ci è sempre sembrata prestigiosa, in realtà è quella di un coglione, di un disonesto o semplicemente di uno troppo vicino alla pensione.
Posti i punti fermi di cui alle voci 1-8, sappiate che può arrivare la delusione bruciante.
Ma sappiate che non è diversa da quella che avete provato quando vi siete accorti della stessa cosa per l’esimio professore, il famoso grande scienziato, lo scrittore di grido e così via. Come al punto 7, siamo tutti esseri umani, e come da leggi del Cipolla i cretini sono ovunque.

10. A volte, però, fate anche i complimenti.
Uno dei nostri adagi (nostri, di noi del settore microscopico del giornalismo scientifico) è non lamentatevi dei cattivi giornalisti, ma chiedetene di buoni. Esistono.
A volte comunicare a un giornale che, accidenti, ha fatto proprio un buon lavoro, ha pubblicato un bel pezzo, ha finalmente fatto chiarezza su qualcosa, ha dato spazio a un approfondimento serio, ha scelto una firma davvero competente… A volte serve.
I castigamatti stanno sulle scatole a tutti, anche se hanno ragione e sono utili. Ma diventano interlocutori interessanti solo se sono capaci anche di riconoscere il buono, oltre che fustigare il cattivo.
Però non esagerate. Una mail ogni tanto va bene. Una corrispondenza fitta chiunque di noi la desidera solo con gli amici in carne e ossa, e con pochissime altre categorie di grandi privilegiati.

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9 comments

  1. Bello. Brava!

  2. nel mio mestiere di disegnatore meccanico, non si può, quando si usa negligenza, imprudenza o imperizia, avere la faccia tosta di pretendere un certo trattamento speciale. non si può pretendere di avere la ramanzina di “cinque, massimo sei righe, perché ho fretta e tanto ormai sto facendo dell’altro”. questo decalogo è un triste segno dei tempi, e mi urta i nervi. pessimo.

    • Non è una pretesa, ma un consiglio.

      • ma questo decalogo non è composto da paragrafetti di 5 righe ciascuno 🙂

        Viene data giustamente la colpa agli esperti di non essere efficaci nella comunicazione (“tabelle! numeri! rifefimenti! E chi li legge?”), ma è altrettanto vero che, in media, chi scrive di argomenti scientifici non sembra porsi troppo il problema dell’accuratezza di quanto riportato.

        La sintesi e l’efficacia sono sicuramente importanti, tuttavia ci sono argomenti che poco si prestano alla semplificazione e che richiedono un minimo di conoscenza per essere colti appieno. Trasferire il contenuto di questi argomenti, che sono in numero crescente, al pubblico generale richiede uno sforzo ulteriore al giornalista per veicolare il messaggio corretto (parto dal presupposto della buona fede, ovviamente).
        Anche i trattati di psicologia della comunicazione non sono letture banali: penso che diversi giornalisti si risentirebbero nel vedere maltrattati i ‘loro’ concetti da non addetti ai lavori, non si limiterebbero a una obiezione pacata in 5 righe..

    • ben detto! Un tristissimo segno di quanto la ricerca scientifica sia poco rispettata in italia. Sapere che la divulgazione e’ in mano a “giornalisti” con irimediabili cali di attenzione dopo aver letto 6 righe di scienza mi suggerisce ancora una volta, a malincuore, che tornare in Italia e’ impossibile.

      • ho parlato con un collega freelance che lavora per il guardian, poche settimane fa. e mi ha detto le stesse cose!
        grande sollievo per entrambi, sapere che nessuno dei due vive in un posto poi tanto singolare…

  3. Ottimi consigli. Poi se fosse possibile avere in giro qualche giornalista scrupoloso in più e qualche giornalista sensazionalista e trascurato e impreparato in meno, ecco, non farebbe un soldo di danno, come si dice dalle mie parti.

  4. AmazzoneArtemide

    DioBuono ma davvero tra i commenti leggo critiche alla professionalità dell’autrice per aver ironizzato con arguzia, su una serie di difetti di alcuni tromboni scientifici???? Ridete un po’ di più.
    Bell’articolo!

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