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Le mie amiche e la modernità, nel libero mercato della magia che rende migliori

Le mie amiche sono streghe.
Credono alla magia, alle pozioni misteriose, ai massaggi miracolosi: si incantano di fronte a storie di strane malattie e cercano rimedi a problemi che io non vedo.
E poi si appassionano alle verdure del contadino, senza chiedersi chi sia questo contadino e perché le sue verdure dovrebbero essere migliori di quelle del super che mangio io.
Perché il contadino per loro è un personaggio mitico, fiabesco, puro, capace di coltivare broccoli perfetti. Mentre il super è un dispenser di veleni della modernità, i quali notoriamente creano disturbi terribili. Tipo intolleranze alimentari di cui non esiste traccia nella letteratura scientifica, allergie inventate per l’occasione, oppure situazioni innegabilmente fastidiose (tipo l’insonnia) attribuite, senza nessun legame logico, a comportamenti e sostanze della modernità. A caso. Tipo: la carne di maiale.
“Quando mangio la carne di maiale poi non dormo”. “Che c’entra la carne di maiale, scusa?”. “È così”. Ciao, fine della discussione*.
La cosa per me stupefacente è che si può sostituire “insonnia” e “carne di maiale” con qualsiasi cosa appartenga agli ambiti semantici “fastidiosi disturbi” e “alimenti malvagi della modernità” e customizzare la questione in barba a secoli di epistemologia.
Provate con “mani screpolate” e “formaggio baccellone” o “stitichezza” e “lambrusco sgasato”. E avrete il vostro statement insensato ma molto personale sui veleni della modernità. Nonché un punto in più sul vostro certificato di sensibilità femminile.

Se poi i disturbi non ci sono è anche peggio, perché la modernità uccide in silenzio, per esempio “coi farmaci”. E se io obietto che sono più le persone che vivono grazie ai farmaci rispetto a quelle che muoiono, grazie ai farmaci, si insinua in loro il dubbio che io sia quantomeno un po’ ottusa. Il male invisibile è il peggiore: non lo sai?

Ma per fortuna i disturbi ci sono quasi sempre. Perché le mie amiche adorano avere un qualche problema di salute da curare con un qualche rimedio alternativo.
Alternativo a cosa? Chiedo io ingenua. Alternativo a quelli della modernità.
Tipo alghe secche da diciassette euro al barattolo e bacche cinesi a chilometri diecimila (“ma il tuo contadino a chilometri zero non potrebbe farsi mandare i semi dalla Cina?” “ma no, dai, sono bacche cinesi tradizionali…”). E poi fumacchi di incenso, giuro, persino con la variante, giuro, “fumacchi di incenso da far svaporare sotto ai piedi” (“Che c’entrano i piedi, scusa?”. “Ci sono i centri nervosi del marameo, no?”).
Per il suddetto problema di salute spesso le mie amiche trovano il santone che con qualche seduta glielo risolve. Altrimenti si limitano a parlarne, molto a lungo, con un incessante lavoro dialettico di ricerca dei caratteri che rendono quel disturbo unico, mai manifestatosi sul pianeta Terra, solo loro e tutto loro. E nella straordinarietà di quel disturbo, le mie amiche trovano un po’ della propria identità.

Infine le mie amiche partoriscono e lì, anche se hanno un PhD in chimica organica, comincia un periodo di magia nera acutissima. Se sia colpa degli ormoni non lo so.
Le ho osservate mentre studiavano il modo di rompere i coglioni a un neonato normalissimo e bello, solo giustamente frignone. Le ho sentite parlare di frenologia. Le ho viste rinnegare Lorenzo Romano Amedeo Carlo, per semplicità Amedeo, Avogadro.
Perché il must have di ogni neomamma-neomaga sono le colichette. Dico: i neonati fanno tre cose, cioè dormono, cacano, piangono. Se piangono e poi dormono, voi dite che avevano sonno. E vabbè. Ma se piangono e poi cacano, voi dite che avevano le colichette. E se piangono e non cacano voi dite che hanno le colichette uguale. Ma così diventa un à rebours ossessivo. Che poi si liquefa in infusi, tisane, goccioline qualcosopatiche, alternative a tutto, sortilegi, terapie mistiche, teriache inquietanti.
E loro: “ma poverino: non lo vedi che piange?”.

Ora. Io apprezzo la bontà, davvero. Forse non la pratico, ma la apprezzo.
E so che dietro la stregoneria delle mie amiche c’è un’idea di bontà: un’idea che io che sono un’enorme scassapalle a volte trovo semplicistica, ma non posso non riconoscere che sia un’idea di bontà. Verso se stesse e forse anche verso il pianeta.
Ma quello che mi sta sulle scatole, della stregoneria, è che dietro c’è anche l’idea di una superiorità morale. Nei confronti miei e degli aridi razionalisti come me, ma anche nei confronti di quelli che fanno la spesa al discount per risparmiare, e di quelli che hanno un problema di salute vero, serio, e ogni volta che si svegliano ringraziano la chimica e la medicina scientifica.
E la superiorità morale la detesto.
Perché è così che viene venduta oggi la stregoneria: come una cosa “migliore” per persone “migliori”.
Ma chi lo ha detto che ci sono broccoli moralmente superiori ad altri broccoli? E perché le bacche cinesi sì e il mio broccolo no? Perché credete che chi si cura con le goccioline di acqua e zucchero sia “migliore”, più furbo e più pulito, degli altri?
Siamo onesti: va benissimo vendere e fare business sui broccoli e sulle teriache finché c’è chi ci spende soldi e non ne ha nocumento. Va molto meno bene propugnare una differenza morale tra chi fa cose normali della modernità e chi si fa guidare da un’idea di bontà che, semplicemente, porta su un altro libero mercato. Un libero mercato, punto e basta. In cui si vendono pozioni magiche, sebbene mascherate da elisir di promozione morale.
E io, che sono amica di streghe e fattucchiere, so bene che loro non sono né migliori né peggiori di me.

 

*Avevo sedici anni. Il dialogo fu davvero quello. La mia amica aggiunse anche: “Secondo te mi diverto a rinunciare al salame?”.

 

p.s.: Questo post torna a far vivere il blog dopo mesi di silenzio.
Non so se vi interessa, ma se state leggendo qui forse un po’ mi devo spiegare. È successo che ho cambiato un paio di cose nella mia vita e nel mio lavoro. Ho viaggiato, e ho apprezzato la solitudine. Ho cominciato a spendere meglio il mio tempo. Ho fatto progetti e coltivato idee.
Ma ho anche avuto problemi con la mia ombra: la mia (minuscola) immagine pubblica, che da un po’ di tempo in qua mi cammina accanto. È minuscola, ma attira tante attenzioni: riceve mail su mail e pretende di rispondere a tutte. Viene alle feste con me e mi impedisce di essere disinvolta. È corteggiatissima, e fa finta di niente. Mi picchietta sulla spalla tutte le volte che provo a riposare e a prendermi un giorno solo di silenzio. Ed è perfetta, o quasi: è sempre intelligente, lucida e brillante.
Solo che io accanto a lei mi sento una schifezza.
Devo imparare a gestirla, lo so, e ci sto riuscendo. Ma per un paio di mesi sono riuscita solo ad arrabbiarmi e a negarle l’unico posto il cui accesso sia deciso solo da me. Cioè questo blog. 

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34 comments

  1. Qualche smanettone volenteroso dovrebbe creare un generatore automatico di statement insensati ma molto personali sui veleni della modernità

  2. Silvia, stupendo. se mai ci rivedremo ti racconto “l’epoca macrobiotica” , dove tutto questo iniziò, negli anni’70, quando tu ancora non c’eri.

    grazie mi hai dato un momento di serenità e buona lettura

    baci

  3. Ma cambiare amiche no? 😛

    PS: spero la mamma col PhD in chimica non sia chi penso io… 😉

  4. Sta cosa delle colichette me la rivenderò. Non alle mamme s’intende, con le mamme parlo solo di argomenti triviali, o rischio di essere sbranato. Peraltro il mio essere maschio fa sì che “non potrò mai capire” quindi mi astengo.

  5. Voglio rassicurare tutti che le mamme normali esistono. Nulla omeopatia, qualche medicina quando serve, ed a noi e servita, e tanti abbrqcci caldi che risolvono quasi tutte le piccole bue a costo zero.p

  6. Provo per te, quando ti leggo, l’affetto che si può provare per una splendida sorella libera, viva, vitale acuta, colta e simpatica. L’averti trovata è motivo di grande gioia, grazie per quello che scrivi e quello che sei. Trascurami e trascura tutte le persone che astrattamente ti frequentano ma non trascurarti, ti prego, non perderti.

  7. Alessandro Venieri

    Ciao Silvia è sempre un piacere leggerti…

  8. Ciao, io ho persone affettivamente vicine che praticano piuttosto ossessivamente lo stile di vita di cui parli. Ora. Io sono piuttosto analfabeta in materia, però tendo a fidarmi degli scienziati che mi paiono onesti e di quelli che hanno studiato scienze “dure” come te. Però, mi pare di aver letto che è stato riconosciuto l’effetto placebo dei farmaci omeopatici. È vero? E se una persona, aldilá dell’omeopatia, si cura con essenze di erbe e cose di questo genere? È vero che certi prodotti vegetali hanno proprietá antibiotiche naturali, tipo l’aglio? Queste persone affettivamente a me vicine sono state portate su questa strada da un medico di famiglia, che quando prendono il raffreddore fa prendere loro aglio, limone e propoli, così, dicono, aumentano le loro difese e guariscono meglio e si ammalano di meno. Poi non si curano le eruzioni cutanee, perché dicono che è meglio lasciar sfogare lo stress piuttisto che reprimerlo, in modo da evitare che si ripresenti in altre forme.
    Questo stile di vita non serve a niente? E se invece servisse a loro, per sentirsi persone migliori, perché magari hanno delle difficoltá, e non per questo si sentono moralmente superiori alle altre? Non sarebbero comunque da rispettare, come chi crede in un Dio? Altra cosa: l’agopuntura. Ora è stata riconosciuta come efficace o sono malinformato? E se succedesse la stessa cosa con l’omeopatia?
    Chiedo scusa se ho fatto un mescolone di cose diverse ma ho le idee molto confuse e credo che un bel chiarimento farebbe bene non solo a me. Un’ultima cosa: che c’entra il broccolo del contadino con l’omeopatia?

    • Ciao Luca, probabilmente volevi un’altra risposta, piuttosto che la mia. Comunque provo a risponderti.
      Sì, l’effetto placebo è riconosciuto, ma vale per qualsiasi prodotto ben confezionato. Ad esempio è stato dimostrato che due pastiglie di zucchero danno effetto maggiore di una. Ed è stato anche dimostrato che una siringata di soluzione fisiologica fa più effetto (sempre placebo) di 5 pastiglie. Questo perché viene recepita come soluzione più drastica, e quindi, efficace e potente.
      Una persona si può curare con quello che vuole. La fitoterapia consiste nell’uso di oli essenziali ed altri principi attivi non sintetizzati; quindi riscontrabili in natura, generalmente nelle piante. Funziona ma ha dei suoi limiti. I farmaci tradizionali normalmente sono “ispirati” da molecole riscontrate in natura, poi leggermente modificate al fine di migliorarne l’efficacia e ridurne gli effetti collaterali. Un altro problema è l’auto-medicazione.

      Esistono migliaia di cibi, quotidiani e non, con effetti di vario genere, il fatto è che di solito sono impercettibili o quantomeno irrilevanti. Altre volte si tratta di studi non accurati.

      No, non serve a niente. Si rispetta tutto, ma si può anche negare la validità, o per dire altrimenti; criticare.

      Non è stata dimostrata la validità dell’agopuntura, che si basa su assunti fantasiosi e smentiti; non avverrà lo steso per l’omeopatia, che si basa su teorie che hanno perso ogni validità dopo la scoperta del numero di avogadro.

    • Salve Luca, non posso fare a meno di empatizzare (con mesi di ritardo, lo ammetto) con il tuo commento. Non sono mamma -per scelta- , abbraccio il metodo scientifico (qualunque cosa significhi) e con i miei pazienti bioecoequoconvinti spesso mi pongo lo stesso genere di domande, soprattutto su quali certezze togliere, e a chi.
      Nel mio lavoro (fisioterapista) le evidenze scientifiche vengono accettate con anni (a volte trenta) di ritardo, e chiunque si aggiorni viene tacciato di un modernismo che sconfina nella new age, sia da parte dei neoilluministi, sia da parte dei neomedievalisti.
      Ad oggi, sui miei motori di ricerca, l’agopuntura in effetti è supportata da letteratura scientifica ( non per tutto e, come sempre, con del sano scetticismo come dovremmo averne per qualunque cosa entri nel nostro corpo); l’omeopatia molto meno, la fitoterapia assolutamente sì (a proposito di aglio),ma con gli ovvi limiti dettati dal punto di patologia dal quale si parte, e nel quale si intende arrivare. Il buon senso costa fatica, questo l’ho capito, sia per gli entusiasti sia per gli scettici. Ma tu rinunceresti alle domande, se sapessi che le tue risposte sono parziali?

  9. razionalisti aridi? non me n’ero mai accordo. pensavo fossero rari, rudi, ma non aridi.

  10. Luca l’effetto placebo funziona anche con le caramelle, basta che scrivi medicinale sulla scatola.
    Tante erbe hanno proprietà medicinali, spesso però in concentrazioni molto basse che le rendono molto meno efficaci delle medicine, non di rado estratte dalle stesse piante. E mi fido molto poco di chi consiglia le cure del bisnonno, che aveva un’aspettativa di vita di 40 anni.
    Non può succedere nulla di simile all’omeopatia finchè non buttiamo nel cesso tutta la chimica da Avogadro ad oggi.
    E pure la storia dell’agopuntura non credo sia nulla di eclatante.

  11. Silvia è pazzesca. E mi spiace che da ciò la sua ombra trarrà nutrimento abbondante
    mentre lei arrancherà poco dietro,
    per non smarrirla del tutto.

  12. Silvia Bencivelli we love you

    Unica, meravigliosa, perfetta.

  13. Vacci piano con i termini inglesi, Silvia, customizzare è davvero brutto…

  14. Superiorità morale. Questione spinosissima, in un articolo come questo. Che parte come un racconto ben scritto, prosa frizzante e acuta, su quanto le amiche dell’autrice siano gonze.

    Perché le Amiche di Silvia “non si chiedono”, si “inventano allergie per l’occasione”, “attribuiscono senza alcun legame logico”, enunciano “statement insensati”, e via discorrendo.

    In cima a tutto ciò, le Amiche di Silvia si sentono anche migliori. Silvia invece no. Non ha bisogno di sentirsi migliore, c’è gia la Scienza che fa questo lavoro per lei, lei deve solamente mettersi sotto la sua ala, umilmente e modestamente. Un po’ come quelli che per stare sul sicuro nelle dispute sportive parteggiano per la squadra migliore, quella che vince sempre: non sono loro a essere migliori, è la loro squadra.

    La sicurezza di Silvia viene da molto lontano. È stata inventata e perfezionata da signori di cui lei conosce bene vita, morte e miracoli, e anche primi secondi e terzi nomi di battesimo. È schierata con i big, Silvia. Ciò che trasuda dall’articolo è la superiorità dell’adepto che SA di credere nell’unico vero dio, più potente di tutti, perché il suo potere non viene dalla soggettività della fede, ma dall’oggettività della ragione. Detto in altri termini: le amiche gonze hanno solo fede di essere nel giusto; Silvia, semplicemente, lo sa.

    E si prende pure la briga di screditarle urbi et orbi dall’alto del suo blog di giornalista scientifica DOC.

    La sicurezza di Silvia viene da troppo lontano. Le distanze che si sono accumulate tra lei e i suoi profeti (i vari Euclide, Cartesio, Newton, Pasteur) le impediscono di fare una cosa che sta particolarmente scomoda a chi con orgoglio si professa un arido razionalista: storicizzare. Una prospettiva che si può anche tranquillamente scartare, studiando scienza ed epistemologia, certamente. Eppure la filosofia della scienza non è fatta solo di centurioni della certezza. È fatta anche di persone come Feyerabend, o Lewontin, o come Wittgenstein. E la scienza è fatta anche di episodi come il lysenkismo, di scienziati come Louis Agassiz, Henry Fairfield Osborne e E. O. Wilson, solo per citarne alcuni. Episodi tristi e disdicevoli che poi ci si è subito premuniti di derubricarli: “Ma QUELLA non era scienza”. Già. Il problema è che si tratta sempre di conclusioni ex post.
    E se ci mettessimo d’accordo sul fatto che nessuno, ma proprio nessuno, sappia davvero nulla *con certezza*?

    Nota disambiguante: il sottoscritto non è uno che si cura con naturismi, omeopatismi e fattucchierismi vari. Al tempo stesso, però, è uno che *crede* che la magia esista, eccome. Semplicemente, non *ritiene* che sia quella là.

    • Emanuele: like! 🙂

    • forse non ho capito. provo a rispiegarmi.
      le mie amiche sono amiche: le ho scelte, non mi sono capitate. e a leggere questo post non si sono offese per niente: avrebbero potuto scriverne uno su di me, del tutto analogo.
      non solo: io concludo dicendo di non essere né meglio né peggio di loro, moralmente.
      ma mi sfogo perché so che il loro retropensiero è quello di essere buone (ed evviva la bontà) e giuste (in questo considerandomi un po’ meno giusta di loro). ed è su questo secondo punto che non mi va più bene.
      so anche, però, che è così che vengono proposte sul mercato, le stregonerie: come cose “migliori” per persone “migliori”.
      non dico che le mie amiche siano fesse da cascare nel tranello, perché non è un tranello: è un libero mercato, che propone la moralità come un valore aggiunto a una carota. e questo mi sta sulle palle. perché io, che sono un’arida razionalista, non voglio vedere associate carote e morale.
      loro restano mie amiche e sul resto andiamo d’accordo alla grande.
      sono stata più chiara?

      • Mai pensato che si sarebbero offese.

        “Io concludo dicendo di non essere né meglio né peggio di loro, moralmente”.

        Può essere. Ma il tono e la scelta lessicale di tutta la prima parte (come ho cercato di mostrare) sembra lasciare ben poco spazio al dubbio che tu ti senta meglio di loro *intellettualmente*, almeno rispetto a una cosa per te palesemente fondamentale come cultura scientifica e razionalità.

        La scienza è un’istituzione di legittimazione sociale, tra le altre cose, come è stata la religione nell’era pre-moderna. Le sue certezze, per sua stessa ammissione, sono valide finchè non vengono confutate dalla prossima generazione di scienziati, ammesso che siano bravi abbastanza o che glielo lascino fare. Cercare il conforto dell’oggettività o della certezza nella scienza è come cercare un distributore di preservativi in una chiesa.

        Anche quello della scienza è un prodotto immesso nel libero mercato, mai dimenticarlo. Anche la scienza è stata inclusa nel paradigma del libero mercato, ormai da tanto tempo. E fa solo finta che allegato al prodotto che vende non ci sia in omaggio una visione etica del mondo. Abbi l’onesta intellettuale di riconoscerlo.

        • Mah, il punto della scienza non è proprio che è sempre possibile metterne in discussione i risultati, mentre quelli fideistici dei “maggici” rimedi sono sempre giusti a priori e senza errore? (nonché senza prova)
          E perché non dovrebbe onestamente perplimere un approccio del genere?

          • Precisamente. Ecco perchè la scienza è l’ultima che può pretendere di possedere verità ultime e definitive. O certezze morali.
            Paradossalmente, la religione può farlo “a buon diritto”, per così dire, perchè rifugge il confronto con l’empiria e parla di un necessario salto, non dialettico, per arrivare a capire quel che proclama. Peraltro, è lo stesso atteggiamento che aveva Platone, quando diceva “Chi è sinottico è dialettico, chi no no”. Punto, questione chiusa. Ovvero: c’è un salto da fare, un cambio radicale di atteggiamento che non si può spiegare razionalmente. Poi si può certamente discutere di una dottrina – vedi le religioni – che richiede fideismo, ma almeno lo fa apertamente, è trasparente.
            Ciò che dovrebbe disturbare è invece l’atteggiamento di quanti, impugnando lo scettro del sapere scientifico, pretendono che le loro verità emergano naturalmente dall’evidenza. Ma l’evidenza non esiste. Chiedetelo a Kant.
            E con buona pace di tutti i razionalisti, non sta scritto da nessuna parte che l’universo debba restare serio mentre noi lo osserviamo. È solo un nostro desiderio.

          • Ma il più delle volte se noti non si chiude a priori, si chiede… e se le risposte sono insufficienti e categoriche (“è così”), si può tranquillamente filosofeggiare che ognuno abbia diritto a vederla a modo proprio, ma un sospiro sconsolato passa.
            La scienza non pretende di avere verità assolute, punto. Solo punti di vista testati ieri, oggi e domani. Concordo che uno scienziato non possa pretendere di avere verità assolute, ma non è quello che stai scrivendo tra l’altro…

        • Emanuele, posso dirti che cercare di nascondersi dietro un lessico ricercato e dietro parole latine sparse per cercare di darsi un tono e dare maggiore credibilità alle proprie idee è abbastanza squallido?
          Tu puoi decidere di credere in quello che vuoi, ma tutte le scoperte fatte fino ad ora rimangono e gli “episodi tristi e disdicevoli” sono stati riconosciuti proprio grazie al metodo scientifico. Per il resto ti hanno già risposto prima di me.

          • Certo che lo puoi dire, è un paese libero, perbacco.
            Parole latine? Dici ‘urbi et orbi’? Wow, effettivamente è proprio una roba da azzeccagarbugli.
            Ma è possibile che non si possa fare mezza, dico mezza conversazione in rete senza che si scivoli sul becero personale? Neppure qui, sul blog di una civilissima giornalista scientifica? Mi sono beccato la qualifica di squallido solo perchè ho criticato il pezzo della padrona di casa. E perchè qualcuno ha cercato di mettermi in conto il fatto che ha problemi di comprensione della lingua italiana.
            Ok. È stato molto bello, ma ora può bastare.
            Un saluto a Silvia e viva la scienza, che cazzo!

        • Anche “ex post” è latino volendo essere pignoli. Io ho giudicato un comportamento non la persona, quindi l’ unico a scendere nel “becero personale” sei stato tu supponendo una mia scarsa comprensione della lingua.

        • Caro emanuele, il tuo intervento ricalca ormai il tristo stereotipo del filosofo alternativo militante, con tutto l’annesso armamentario di citazioni auliche ma perennemente fuori tema. Dawkins, ne ‘il cappellano del diavolo’, espone bene l’impostazione di base di certa filosofia per cui l’elaborazione scientifica sia da equiparare né più e né meno a qualunque altra produzione culturale umana, con la conclusione che grossomodo ogni conoscenza ha la stesso valore intrinseco di qualsiasi altra (scetticismo massimalista da bar). Posto che con una simile concezione ti riderebbero dietro anche in diverse facoltà di Filosofia, ed ammesso che quello che tu pratichi è niente altro un deprimente giochino di società che forse ti farà cuccare alle feste, ti butto lì un paio di considerazioni. Ma non sarà che con ‘sta lagna della Scienza prepotente che si arroga il diritto alla Verità, quello che vuol fare il superiore non sarai mica proprio tu? Se hai una preparazione che non ti rende utile alla società che colpa ne ha la Scienza? Invece di scrivere simili romanzetti ed assumere pose da Saggio, non sarebbe ora di iniziare a fare qualcosa di utile davvero per la comunità? Non vuoi farti una vera preparazione? Prendi una vanga e trovati un mestiere, che diamine! Anche Kant lavorava eppure è riuscito a scrivere la ‘Critica della Ragion Pura’ nei ritagli di tempo. Concludo con una citazione in tema: “Os stulti contritio eius”. E’ abbastanza latina?

    • la prossima volta che mi viene il mal di testa, prima ringrazio l’invisibile che mi è venuto (com’è buono lei!) e poi vado in un palazzo a punta dove c’è uno vestito di nero che è convinto di saperne più di me. e di sicuro il mal di testa non mi passa.
      invece se da subito mi prendo un brufen/oki/moment, magari arricchisco qualche personaggio liberale oltreoceano, ma almeno il mal di testa mi passa.

    • la realtà è che il fideismo verso l’invisibile non ti salva la vita, mentre la scienza (con tutti i suoi difetti) forse sì…

  15. Mi pare che Emanuele abbia detto le cose migliori, ottenendo in risposta uno sgangherato fuoco di sbarramento di soldati della scienza.

    Ciò che ha infastidiito, steccando nel coro, è l’aver analizzato in modo convincente il sottotesto di Silvia Bencivelli: io provo-a-essere-giusta-nel-modo-giusto e le mie amiche, be’, gli voglio bene, ma… A partire dalla sua reazione, le altre api si sono adeguate all’ape regina, per l’occasione esibendo casi di vita privata capaci – si suppone – di dimostrare la validità a tutto tondo di una conclusione (che resta inevitabilmente soggettiva).

    La scienza non è conoscenza. Cos’è? Detta a colpi di falce sui concetti, è un metodo empirico che aspira e spesso riesce a funzionare. Qui, probabilmente, sta il problema e ciò che Emanuele cercava di far notare: la conoscenza non è – non può essere – soltanto qualcosa che si verifica sulla base di un risultato empirico.

    In parole più semplici, non si tratta che di una delle tante possibili declinazioni della vecchissima questione del rapporto fra spirito e materia. Anche se gli scienziati non credono al primo; dimenticando che, per l’appunto, “non credono”… forse la miglior metafora resta quella del bimbo che cerca di svuotare il mare con un secchiello. Penso!

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