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Cronache da un pronto soccorso ostetrico: ho il camice bianco, ma non sono un medico

È mattina presto. La mia amica incinta mi chiama e mi fa: «è dalle quattro di notte che sento contrazioni: ho preso il tempo e sono regolari. Mi accompagni al pronto soccorso ostetrico?».
Ah. Beh. Sì, certo, aspetta, eccomi, dunque. Ci sono.
Il padre non è nei paraggi: per questo lei ha chiamato me. Sono una specie di padre in seconda. Non dobbiamo mica stare a spiegarlo in giro.
Mi vesto di corsa e in un attimo sono con lei al pronto soccorso. Ostetrico.
È mattina presto, dicevo, tipo le otto e mezza, nove. Non sono tanto lucida. Ho la sua borsa in mano (una delle sue borse) e una faccia che avrebbe ancora tanto sonno. Al pronto soccorso ostetrico invece sembrano tutti svegli da sempre. Passano un sacco di donne in vestaglia e di uomini in tuta. Ciabatte. Io cerco di darmi un tono e cammino dritta accanto alla mia gravida, simulando un’aria efficiente e serena. Persino elegante, mi pare.
Poi la vedo scomparire risucchiata da una porta automatica, lei e quell’enorme pancione. E rimango sola in sala d’aspetto.

Sonnolenza. Leggo tutti i manifesti sul percorso-maternità. Un salto al bagno. Una telefonata di lavoro. Qualche momento di osservazione del mondo. La posta elettronica. Non ho comprato il giornale, accidenti. Un’altra telefonata. Una mail importante. Un po’ di facebook.
È passata più di un’ora e della mia amica non ho notizie.
In compenso, nel frattempo mi sono svegliata.
E realizzo: è passata più di un’ora?!
Il padre non saprei come raggiungerlo, dei genitori dell’amica non ho i numeri di telefono, e nemmeno del fratello, degli amici in comune boh, ma poi che cosa possono fare? Vado di elenco telefonico? Provo con un amico di Facebook?
Che cacchio ci faccio in un pronto soccorso ostetrico a quest’ora del mattino senza notizie della mia amica gravida?!
Si apre la porta che l’aveva risucchiata. Mi affaccio e timidamente chiedo: «mi scusi, la mia amica è entrata da più di un’ora e…».
«Se è dentro da tanto un motivo ci sarà!». Cazzo.
«Ecco, mi stavo giusto chiedendo quale fosse questo motivo perché…». La porta si chiude. Cazzobis.

Ho una visione: l’amica che partorisce e io bollata per sempre come la zia che non fu capace nemmeno di fare una telefonata e che mi fece nascere in solitudine senza papà vicino vicino vicino.
Inaccettabile.
Mi giro, mi guardo freneticamente intorno. Non serve a niente, ma mi fa credere di essere in grado di superare il momento.
Mi giro di nuovo, le falde nere del cappotto si sollevano e sembrano le ali di una manta: ganzo. Manta, mantello… vedi. Ma non deconcentriamoci. È passata più di un’ora. E non ho fatto niente. Niente.
Poi, si avvicina una rassicurante signora in camice bianco.
Mi sorride.
E mi fa: «buongiorno, lei è incinta?».
Ma porcaputt…
No, le spiego. Io no.
È la mia amica, tipo alla (ci provo) trentasettesima settimana (fatti i conti in fretta: plausibile, sì). È dentro da più di un’ora e tutto quello che so fare è girarmi nel cappotto pensando alle ali nere di una manta. Lei ha mica notizie della mia amica? Del padre, dei nonni, di qualcuno più adatto di me a sostenere questo momento? E di più necessario, soprattutto.

Lei, tranquilla, comincia a farmi un sacco di domande. Troppe, un po’ del genere cacchi nostri.
Poi mi dice di aver visto la mia amica dentro («una ragazza castana con una grande pancia?»), intera, sana, tranquilla. E mi dice che sta facendo un monitoraggio. Allora io respiro, recupero la mia faccia di piombo, dimentico il momento di panico da inadeguatezza e, sbruffona, le dico «ma quindi sta facendo una cardiotocografia?». In questo a significare: «sappia che non sta parlando con l’ultima fessa del pianeta: ho studiato medicina e se fossi stata un po’ più coraggiosa adesso, qui, a discutere di distocie coi padri in seconda ci sarei io. Ecco».
Lei, sorprendentemente, mi guarda con la faccia della cernia. E mi risponde: «non lo so».
Insisto: «ma che succede adesso, dopo la CARDIOTOCOGRAFIA?». Parte la supercazzola a tutta birra: «potrebbe partorire, potrebbe non partorire: potrebbe partorire con un cesareo, che però certo semmai, la naturalità… oppure potrebbe avere un travaglio che poi…».
Cernia, penso tra me e me: che cacchio stai dicendo?
È chiaro che la mia amica ha una gran pancia: ti ho detto che è alla trentasettesima settimana. Ed è chiaro che potrebbe partorire: è alla trentasettesima settimana + stanotte ha avuto le contrazioni, e regolari. Voglio solo sapere se quel pesciolino di due chili e mezzo (quasi tre) ce lo scodella adesso o se lo terrà nel suo acquario un altro po’ e uscirà da qui sulle sue gambe per portarmi a fare colazione. Ho anche fame.
Cernia sorride e pronuncia la seguente frase: «sa, di gravidanze ne ho viste tante ma non sono un medico…».
Non sei un medico?! Ma hai il camice bianco! Fammi capire: qui l’unico medico tra noi due sono io, col mio cappotto nero da manta? E tu col camice bianco chi sei? CHI DIAVOLO SEI?!
Non glielo grido come dovrei, ma credo che mi si legga in faccia.

È un attimo. Mi molla lì e si gira di scatto.
Zompa su un’altra tizia smarrita appena arrivata in questo pronto soccorso ostetrico. E ricomincia da: «buongiorno, lei è incinta?».
Così io riesco a leggere la scritta sul cartellino appeso alla tasca del camice bianco.
Il nome non ve lo dico. Ma la seconda riga sì. C’è scritto una cosa tipo Mi-faccio-i-cacchi-tuoi PER LA VITA. Per la vita: cioè per far nascere i bambini (tutto il resto non vive abbastanza, in certi contesti).
E adesso ditemi come interpretate la prima domanda che mi ha fatto, e che ha fatto alla tizia smarrita arrivata dopo di me.

Pronto soccorso ostetrico, ospedale pubblico di una grande città italiana.

 

(L’emergenza si è risolta bene. Il bimbo nascerà con il padre accanto, e io sarò per sempre zia Silvia e basta).

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