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Il bosone e la spending review: non ci si annoia mai con la scienza italiana

Avrete notato la coincidenza. Si festeggia per il bosone di Higgs e si piange per la spending review.
Io c’ero, alla sede dell’Infn, mentre si stappava lo spumante. La fisica italiana nel mondo faceva la ola, ci si poteva aspettare che da un momento all’altro Fabiola Gianotti corresse sotto la rete a mostrare i muscoli alla curva: ci stavamo divertendo un sacco. Intanto uscivano le notizie sui tagli agli enti di ricerca. Tutto in un giorno.
Allora abbiamo telefonato al ministro. Cioè: il presidente dell’Infn, come da scaletta, ha ricevuto la telefonata del ministro Profumo, e invece di limitarsi a fare alè ohoh per il bosone, ha chiesto anche informazioni sulla faccia oscura di quel mercoledì: che fine faranno i nostri investimenti? I giovani scienziati e il loro lavoro? Che fine farà la scienza italiana?
La telefonata era in viva voce e giornalisti e scienziati erano lì sull’orlo della noia, col bicchiere già pieno in attesa del brindisi, pronti ad ascoltare parole di circostanza. E invece la risposta del ministro, in sintesi, a grandi linee, per come l’ho capita io e, a giudicare dagli sguardi dei presenti in sala, anche molti altri, è stata: beh, non sottovalutate anche la ricerca privata! Ah, vero. E poi, ha insistito: la ricerca è una grande impresa internazionale, è anche giusto che i nostri giovani scienziati vadano all’estero, anzi, dovremmo incoraggiarli a farlo: poi potremmo pensare di invitarli a Natale, accogliendoli sul divano letto dell’ingresso, e di restare in contatto con loro via Facebook o anche via Gugolplas, se avete capito come funziona, e magari a Pasquetta si va tutti in pizzeria.
Non ho preso appunti, lo ammetto, per cui forse la frase non era esattamente questa. E la storia della ricerca come grande impresa umana senza confini a me personalmente è sempre piaciuta. Solo che non era il momento di usarla così, dai, mentre da Ginevra arrivavano immagini di gente festante per l’arrivo di un bosone che parla anche italiano, capaci di consolarci persino dopo un europeo perso in finale.
Così quando la telefonata è finita, tra le sghignazzate amare dei giornalisti in sala e gli sguardi smarriti degli scienziati, l’unico commento che è stato fatto ad alta voce è stato uno sconsolato: beviamo, sennò si riscalda lo spumante…

Intanto, altro che calda: la mia casella di posta elettronica è rovente.
I ricercatori dell’Inran hanno occupato l’istituto (vi terrò informata sui dettagli, se loro ne daranno a me). La mia amica ricercatrice, quella dei gattini di qualche post fa, sta cercando qualcuno che le presti una tenda per accamparsi nel cortile. Semmai scrivetemi e gliela farò avere.
Mi anche arrivano comunicati stampa di istituti che, di nuovo come qualche anno fa, dovranno essere accorpati ad altri. E intanto si ribellano finché possono e come possono.
Tipo con una lettera al Presidente della Repubblica: “Come si può abortire un processo di riforma avviato da tempo, per avviarne rapidamente un altro di portata apparentemente ben superiore, senza un processo di preparazione, una progettualità, un consenso? … – scrivono dall’Ogs – Avendo introdotto un tale elemento di incertezza sul futuro del settore, sarà più difficile ottenere contratti di ricerca, si dovrà correre ai ripari per assicurare il lavoro del personale a tempo determinato degli enti che si accorperanno. Si perderanno di vista gli obiettivi per esplicare pratiche amministrative, già asfissianti nella vita quotidiana dei nostri Enti”. E soprattutto: a che serve? A chi serve?
Il poco che ho capito è che questi accorpamenti renderanno la vita più difficile a chi lavora negli istituti accorpandi, che impediranno loro di essere autonomi nella ricerca di fondi (anche di fondi europei), e che nessuno ci guadagnerà molto.
Poi ci sono i tagli che riguardano tutti e che sono riassunti bene qui.

Tra le vittime degli accorpamenti, i matematici. Quelli non si capisce mai troppo bene che cosa facciano. Ma sui loro conti non c’è niente da dire. Ecco la loro nota (i corsivi sono miei e mi sembra che dicano quello che dicevano i geofisici triestini dell’Ogs):
“Oggi, 5 luglio 2012, il consiglio scientifico dell’Istituto Nazionale di Alta Matematica (INdAM), unico ente Nazionale di Ricerca della Matematica Italiana, si era convocato per programmare l’attività scientifica dell’istituto nella prospettiva di un cospicuo finanziamento appena assegnatogli dalla comunità europea. La notizia della soppressione dell’ente ha creato sconcerto tra tutti i componenti del consiglio, non ultimo, per il palese contrasto tra le motivazioni che si usano per giustificare tale operazione e l’insensatezza della stessa, anche dal punto di vista del risparmio.
I dati economici parlano da soli. Sopprimendo l’INdAM e trasferendone il finanziamento pubblico per le attività di ricerca al CNR si risparmierebbero circa 20 mila euro all’anno: si tratterebbe infatti del solo rientro delle spese per gli organi direttivi dell’istituto incluso il compenso del Presidente dell’Ente (il consiglio Scientifico ed i direttori dei Gruppi operano gratuitamente). Di contro, la perdita dei finanziamenti non ministeriali che provengono da altri soggetti pubblici e privati, in Italia e all’estero, aventi come unico referente l’INdAM, ammonterebbe ad alcuni milioni di euro, in gran parte utilizzati per l’alta formazione e l’avviamento alla ricerca dei giovani”.
Cioè: eravamo qui a dividerci un milioncino, e ci dite che dobbiamo scioglierci per risparmiare ventimila euro?!
Ora, a me ventimila pare davvero poco. Ho chiesto e insistito. Dicono: al massimo diecimila euro di più. Ma dai… con diecimila euro ci compri una Twingo: davvero stiamo parlando di queste cifre? E in cambio anche voi avreste difficoltà burocratiche e blablabla? Risposta: eh, sì.
Però, mi spiegano, è chiaro che se chiudessero tutto e buttassero la chiave si risparmierebbe un bel po’ di più, perché a quell’istituto arrivano anche finanziamenti statali che poi vengono ridistribuiti tra i matematici italiani secondo criteri che la comunità si è scelta e gestita, finora, senza conflitti: se accorpare significa eliminare i fondi nazionali che finanziano in toto l’istituto, allora è tutto un altro paio di maniche. Il punto è proprio questo e mi pare di capire che non sono l’unica a non averlo capito.
Stiamo buttando la chiave, stiamo tirando giù la saracinesca sulla ricerca italiana, o stiamo riorganizzando per evitare sprechi?
Il sospetto è che si stia tagliando la ricerca perché qualcuno la ritiene uno spreco. Oplà.
E adesso chi gli telefona al ministro?

In conclusione, dicono i miei amici scienziati: sì, è vero, ci sono tanti sistemi interni alla ricerca italiana opinabili e questioni affrontate in modo ridicolo, gruppi di potere (ma è un potere piccolo, suvvia) e forse persino sprechi (nell’ordine delle Twingo). Ma, tra le tante cose che si possono fare per risparmiare, queste sono davvero inutili.
La verità è che la scienza costa poco e rende molto. E quando c’è da festeggiare, niente Circo Massimo, niente ricevimento dal Presidente della Repubblica, niente caroselli in città: ci accontentiamo di un collegamento da Ginevra e di qualche bottiglia di spumante. Che cosa volete, di meno, da noi?

Il cortile dell’Inran come appare stamani

Aggiornamento del 7 luglio: sono state cancellate le norme per il riordino degli enti, mentre rimane la soprressione dell’Inran (e rimangono le tende). Confermati, e pesanti, i tagli agli enti di ricerca.

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3 comments

  1. Michele Lucente

    Per il momento sembra che la soppressione degli enti sia sparita http://www.ansa.it/documents/1341535870873_Spending_review.doc
    E’ una buona notizia, ma certo non e’ un buon motivo per abbassare la guardia. Stay tuned.

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