Home » giornalismo scientifico for dummies » Lezione di giornalismo scientifico for dummies / 3: E se avesse ragione lui? Uno su mille ce la fa

Lezione di giornalismo scientifico for dummies / 3: E se avesse ragione lui? Uno su mille ce la fa

C’è gente che ritiene che i principi del metodo scientifico siano opinabili: opinabili anche durante una cena in pizzeria da parte di gente che di mestiere fa tutt’altro.
Strano: io non ho mai contestato il regolamento di San Remo o la struttura del Codice penale, né penso che lo farei, non avendo gli strumenti per permettermelo.
Eppure sulla scienza tutti hanno qualcosa da dire del tipo: al giorno d’oggi non puoi fidarti di nessuno, gli scienziati sono sempre un po’ presuntuosi, la scienza non può spiegare tutto, che male vi fanno gli scienziati non ufficiali, tutta ‘sta ricerca e non abbiamo ancora sconfitto il cancro e così via. Fino a una frase molto precisa, che è il tema della lezione di oggi: se parti con l’idea che chi dice cose fuori dal coro sia un ciarlatano, non troverai mai il prossimo Einstein!
A parte che non sta ai giornalisti, trovare il prossimo Einstein, nemmeno se sono laureati in fisica, forse è utile ricordare che Einstein diventò Einstein dopo aver pubblicato un articolo scientifico, di quelli standard scritti per la comunità scientifica, con il quale si guadagnò il Nobel. Non faceva esperimenti in garage ed è stato persino professore universitario.
Tutti i grandi scienziati dell’evo moderno si sono confrontati con gli altri scienziati: magari hanno dovuto scontrarsi duramente con le idee del tempo, magari ci è voluto un po’, ma hanno sempre accettato le regole. La differenza è questa: uno scienziato accetta le regole. Un ciarlatano (vedi lezione uno e due) no.

Però la domanda è legittima. Che cosa succede se uno ha risultati del tutto diversi da quelli che la scienza ha trovato fino a oggi, e li propone al resto della comunità?
Stavolta lascio la parola a uno scienziato vero: lui si chiama Ezio Puppin, è professore di fisica al Politecnico di Milano ed è presidente del Cnism, Consorzio nazionale interuniversitario per le scienze fisiche della materia, al quale afferiscono 1300 ricercatori universitari. Ecco che cosa mi scrive:

“Scienza significa scoprire cose nuove.
Siccome sono nuove, bisogna essere sicuri di quello che viene detto e, dopo vari tentativi durati millenni, alla fine si è concluso che l’unica soluzione è quella di mettere tutti quanti in condizione di verificarle in modo indipendente.
Nel caso in cui le verifiche siano negative si aprono due scenari possibili.
1) Il più frequente: lo scienziato A dice di avere visto qualcosa di nuovo, ma B scopre che in realtà c’è stato uno sbaglio. B spiega la cosa ad A, che magari ci mette un po’ a convincersi, ma alla fine deve ammettere che l’errore c’è stato. E tutti amici come prima. Esempio: i neutrini più veloci della luce.
2) Lo scienziato A non molla anche dopo che tutti quanti gli hanno spiegato che ha fatto degli errori e che quello che sostiene di aver visto lo vede solo lui.

Due sottoscenari del caso 2:
2a) A continua fino a che corregge gli errori e ripropone i suoi risultati in una forma che consente di verificarne la correttezza. Con qualche fatica il bene trionfa, e anche qui tutti amici.
Esempio: i quasicristalli che, al momento della scoperta, vennero irrisi da molti. Schechtman andò avanti a pubblicarli (su Physical Review Letter, coè su una rivista scientifica standard, non sul suo sito internet o durante una trasmissione televisiva) fino a che tutti dovettero riconoscere che aveva ragione lui.
In questo caso, riconosciamo che A ha ragione, bravo A, e gli diamo anche il Nobel (per la chimica). Ma A si è mosso dentro le regole accettate dalla collettività.
2b) A continua per la sua strada ma non convince nessuno: i suoi risultati rimangono affermazioni non verificate da altri.
A questo punto si può innescare il rigetto di A nei confronti della comunità scientifica: che sia in buona o cattiva fede, A comincia a parlare di persecuzione nei suoi confronti. Qui le possibilità sono infinite perché intorno a questa parola si possono coalizzare personaggi di ogni risma:
scienziati falliti o folgorati da idee bislacche (come Brian Josephson, premio Nobel per la fisica che dopo le sue scoperte fatte a 22 anni si dedicò alle comunicazioni con l’aldilà),
non-scienziati ma santoni con pretese trascendentali (fondamentalisti religiosi, ufologi, alternativi antisistema di ogni colore… quasi sempre a caccia di soldi),
personaggi noti più che per le competenze scientifiche per le vicende giudiziarie (Andrea Rossi, quello dell’e-cat e della fusione fredda),
politici del tutto incompetenti ma assolutamente spregiudicati (Francesco Storace e il suo sostegno alla terapia Di Bella: questo l’ho aggiunto io, ndr),
incroci dei tipi precedentemente elencati variamente assortiti (la storia dell’energia pulita da piezonucleare, anche questa l’ho aggiunta io, ndr). E così via.”

Chiaro, no? Il caso più bello è il 2a, ma è anche il più raro.
Il caso più frequente è l’1, ma non finisce quasi mai sui giornali perché è la normale dialettica della scienza.
Il caso 2b è quello su cui si misura la professionalità del giornalista e la capacità di una società di difendersi dai disonesti.
En passant, vi ricordo che la salute, per la Costituzione e non per un mio vezzo, è diritto del cittadino ma anche interesse della collettività: per cui sta allo Stato difendere i più deboli (e anche i più ingenui) dalle minacce di santoni e ciarlatani di vario stampo. Dire a gran voce politici: date soldi a questo qua che in garage ha trovato la cura per tutte le malattie! è una cosa un po’ più grave di una temporanea leggerezza.

La lezione di oggi si chiude con una frase di un altro fisico, un altro premio Nobel come Einstein, uno che ha cambiato la scienza e la nostra vita da una normale cattedra universitaria: Il difficile è cercare di immaginare qualcosa che a nessuno è mai venuto in mente, che sia in accordo in ogni dettaglio con quanto già si conosce, ma che sia diverso. E che sia inoltre ben definito, e non una vaga affermazione.

Check Also

Lezioni di giornalismo scientifico for dummies: compito in classe!

1. Terremoto in Emilia: a differenza di quello che è successo per il terremoto dell’Aquila, …

25 comments

  1. Sono d’accordo. Ma con un caveat. Purtroppo, nella scienza di oggi, come ben sai non tutti gli esperimenti sono rigorosamente riproducibili. L’esperimento del CERN dei neutrini non è che il fisico qualcunque lo può rifare nel suo laboratorio. Per cui la possibilità di ripetizione è a volte solo terorica. Di fatto, nel caso dei neutrini non si è rifatto l’esperimento, ma si sono ricontrollati i calcoli.
    Lo stesso vale per molti esperimenti di biologia: se non hai accesso a tutti i dati, o se esistono brevetti che impediscono l’accesso, o in mille altri casi dove si incrociano interessi diversi, a volte è molto difficile parlare di “riproducibilità” dell’esperimento. E qui penso anche al caso molto famoso dell’influenza aviaria: metti che alla fine Nature e Science avessero deciso di non rendere pubblici tutti i passaggi dell’esperimento (e oggi come oggi, per una convenzione firmata dopo il caso antrace, le riviste lo possono fare), come la mettiamo con la riproducibilità?

    • tu hai ragione. ma queste sono lezioni for dummies: il caso di nature, science e delle riviste non open access, così come la very big science, fanno parte del programma del corso avanzato.
      qui ci interessa rispondere alla domanda: come fa il bravo giornalista che non sa niente di scienza a orientarsi tra le tante cose che gli arrivano nella casella di posta?

  2. Vi faccio una precisazione, per lettori avanzati, ma importante. Non è vero che la big science non può fare controverifiche sperimentali. Nel caso dei neutrini altri esperimenti sotto il Gran Sasso diversi da OPERA hanno rifatto la stessa misura ( Icarus, Borexino, Lvd…). A parte che gli stessi ricercatori di Opera avevano già trovato un altro modo di verificare SPERIMENTALMENTE il loro risultato…Non è che si sono rifatti i calcoli. (?!) In generale la fisica delle particelle si mette in condizione di replicare con diversi esperimenti la stessa cosa sempre, anche se gli esperimenti costano tanto. Non è un caso che ad Lhc ci sono almeno 4 esperimenti molto grandi e alcuni di questi fanno esattamente le stesse misure (con team, strumentazioni e metodi diversi…). Altro discorso la non accessibilità dei dati… ma non (oggi) nella fisica delle alte energie..

  3. No, ma io ho una domanda proprio terra terra. Come fa uno che non sa niente di scienza a fare il bravo giornalista?
    Cioè, per fare il bravo giornalista scientifico non bisognerebbe sapere almeno un pochino?

    • per me, uno che non sa niente di scienza è un mistero come faccia a vivere.
      ma qui ci stiamo riferendo ai giornalisti non scientifici a cui tocca di trattare la scienza, una tantum, e che hanno la presunzione di saperlo fare anche se nn conoscono un piffero di scienza.
      cfr le prime due lezioni.
      chi fa il giornalista scientifico si presume che conosca le regole della scienza, come quello sportivo si presume che conosca le regole del calcio.

  4. Paolotti (quello che vomita)

    Belle queste lezioni. In biologia, è vero, può capitare che l’esperimento non sia (molto) riproducibile: più che a dati non disponibili o a brevetti non accessibili, in genere la non riproducibilità si può ricondurre alla natura stessa della biologia, ossia il numero di variabili in gioco, interdipendenti e legati in maniera così complessa da sfuggire a una vera e propria riproducibilità, almeno intesa nel senso “meccanicistico” del termine. In questa prospettiva, al difetto di qualità della riproducibilità viene in soccorso la quantità delle osservazioni almeno simili, nei limiti della riproducibilità biologica, appunto.

  5. Sono d’accordo fino ad un certo punto. Nella maggior parte dei casi gli esperimenti sono riproducibili, ma anche quando non lo sono si possono disegnare ALTRI esperimenti che confermano o non-confermano la nuova ipotesi o il nuovo paradigma.

    • Paolotti (quello che vomita)

      Sì, con “osservazioni almeno simili” intendevo proprio quelli che tu chiami “ALTRI esperimenti”: d’altronde, e al contrario di quello che accade in altre discipline, su una cellula vivente puoi fare un solo esperimento, per riprodurlo dovrai usarne un’altra, che non sarà esattamente la stessa…

  6. Un esempio di giornalista che si trova a scrivere di cose che (spero per lui) non conosce ma le scrive lo stesso è Paolo Odinzov nell’inserto Auto di Repubblica di oggi a pag.8. Titolo del pastone “Risparmiare energia”. Prima parla dei generatori eolici e poi, candido candido, spiega che “L’E-Cat realizzato da Andrea Rossi per uso domestico è…un piccolo reattore che produce energia sfruttando la fusione fredda: potrebbe presto rivoluzionare l’approvvigionamento di elettricità in tutte le case”. E poi avanti con i led, con la lavabiancheria A+++ e via andando. Ora, basta chiedere al cronista che si occupa di scienza, fargli la domanda più ingenua: “oh, ma che è sta fusione fredda?”. Ma deve essere troppo faticoso

  7. @Silvia
    grazie, sylvie c.

  8. L’esempio di Einstein mi sembra un pò fuorviante. La vita di Einstein contiene due “paradossi” più o meno attinenti al discorso della scienza e della valutazione dei contributi scientifici. Il primo: Einstein, durante la sua lunga carriera di studente, fu un disadattato del quale il sistema scolastico non seppe mai riconoscere (e premiare) le qualità. Il secondo: è vero che Einstein divenne Einstein pubblicando, ma dei 3 papers prodotti nell’anno mirabilis (1905) solo quello “minore” gli valse il Nobel ed il riconoscimento scientifico della collettività nel breve-medio termine. Questo perchè, con ogni probabilità, la comunità scientifica era pronta solo per il lavoro (meno originale, visto che si ricollegava al lavoro di Planck) sull’effetto fotoelettrico. Per contro, il lavoro sulla relatività venne come minimo preso sottogamba, e solo dopo importanti sviluppi accettato. Con questo voglio dire che il discorso che fai in questo post va tarato in basso: il metodo scientifico per la valutazione dei contributi, la loro pubblicazione e la loro “digestione” da parte della comunità scientifica non è il miglior metodo possibile, ma semplicemente il compromesso più onesto (e forse l’unico) tra quelli disponibili. Questo non solo lo rende non infallibile (e infatti un sacco di ciarlatani pubblicano mentre un sacco di geni vengono emarginati) ma anzi lo espone al contagio di tutte quelle caratteristiche umane (meschinità, invidia, superficialità) che ne limitano l’efficacia. Parlo per uno dei miei due campi di interesse: la biologia evoluzionistica. La storia della scienza è PIENA di teorie bislacche non solo acclamate ma cavalcate dalla collettività. Come anche di contributi geniali rispolverati dopo decenni. Secondo me dimentichi una cosa: il metodo scientifico si evolve, e lo fa in maniera sincrona (spesso sotto la spinta) di scoperte nuove che pongono nuovi problemi circa la loro validazione.

  9. sento di non condividere. a livello logico formale è un comma 22. la tua affermazione “uno scienziato accetta le regole, un ciarlatano no” è una fallacia. poi, immaginare che le cose siano così ben strutturate, e che non accada né possa accadere nulla al di fuori di quella struttura, è la conseguenza del tuo discorso. credo non pienamente voluta. ma è la classica semplificazione in cui si scivola facilmente quando si è mossi dall’idiota di turno che ha detto la sua con prosopopea e in modo irritante.
    consentimi, anche sul diritto tutti credono di poter dire la loro: spesso si dimentica che il diritto è una scienza, e non buon senso. e credo che la scienza con il buon senso non vada sempre d’accordo.
    per non parlare della comunicazione: anche lì, sono tutti esperti e si indignano, per esempio, quando cerchi di spiegargli che le stragi del sabato sera non esistono.
    e siccome io sono laureato in legge, e specializzato in comunicazione… su questo siamo d’accordo.
    ma l’irritazione non deve vincere, e l’irritazione causa fallacia. c’è scritto sulla confezione, proprio. 😀

    • le cose al di fuori da questa struttura sono molto rare, ma capitano. solo che la scienza si muove per modelli e questo è un buon modello di come un giornalista dovrebbe maneggiare la sedicente scienza dei grandi entusiasmi, quella che pretende di aver trovato la soluzione alle malattie o un metodo per prevedere i terremoti costruito in garage. nel 99.9% dei casi non è vero. e dico così perché sono scienziata. altrimenti dovrei notare che fino a oggi non è stato vero nel 100% dei casi: infatti ci ammaliamo e veniamo sorpresi dai terremoti.
      se un giorno qualcuno troverà un sistema per risolvere malattie e danni da terremoto, noi scienziati saremo i primi a festeggiare.
      quanto agli avvocati… ma quanto ci arrabbiavamo, tutti, e voi per primi, quando ci dicevano di berlusconi “non lo lasciano lavorare in pace…”? io le regole del diritto non le so (o meglio: conosco quelle che mi rendono una cittadina ragionevole e quelle che servivano a superare l’esame di medicina legale), ma non mi permetto di saltar su a dire che “sono troppo rigide, suvvia…”.
      la scienza funziona così: fattene una ragione.
      queste lezioni, poi, sono di giornalismo scientifico basic. noi che lo facciamo di mestiere ci interroghiamo sui casi sottili che vedi citati nei commenti qui sopra. ma uno che si avvicina adesso alle questioni della scienza deve avere una bussola. e la bussola dice che senza regole la scienza non esiste. sorry.

  10. apodittica, ca va sans dire! 😀

  11. comunque, consentimi di notare un’altra fallacia. (se sono invadente, e ti danno noia i miei interventi, anche solo per idiosincrasia, dimmelo e sparisco.)
    dici che la scienza non può curare malattie e prevedere terremoti. praticamente dici che la scienza funziona perché non funziona. sinceramente è una motivazione molto vicina a quella dei credenti. io, da laico, laico anche nei confronti della scienza, penso che un conto sia capire i meccanismi e farli valere, un conto invece è credere che quei meccanismi siano divini. quello è un atto di fede. e io, per principio, atti di fede non ne faccio.
    per finire, i cretini che pretendono di curarsi il tumore con il succo di carota, sempre ci sono stati e sempre ci saranno.

    • (nessuna noia: questi strumenti esistono apposta).
      (alt: la scienza le cura eccome le malattie! non è capace ancora di guarirle tutte, questo sì. ma per la cura esistono un sacco di cose basate su principi diversi e anche cure non scientifiche, nel senso del metodo, che ci vanno benissimo lo stesso, tipo le coccole).
      i meccanismi della scienza non sono divini, proprio no.
      vedi quel che dice puppin: nei millenni non abbiamo trovato niente di meglio di questo metodo qui. che è un metodo basato sul confronto reciproco e sul dubbio.
      cioè: quello che vale per centinaia di anni può essere messo in crisi da un esperimento e se questo esperimento tiene secondo la teoria, e viene replicato con successo, ops: dobbiamo cambiare la scienza e rivedere le nostre idee. (ti dirò: lo facciamo anche volentieri perché è un momento molto eccitante).
      ma questo è un meccanismo tutt’altro che perfetto, anzi.
      è pieno di possibilità di errore (cfr 2.a secondo puppin, per dire).
      e allora la tua frase “dici che la scienza funziona perché non funziona” è la classica interpretazione sbagliata che confonde metodo scientifico (il primo “la scienza funziona” nel senso di “la scienza si muove secondo certe regole”) con le applicazioni della stessa (“la scienza non funziona” nel senso di “la scienza ammette di non avere dogmi e certezze”).
      ed è l’esatto contrario di un pensiero religioso.
      (carote: la mamma dei cretini è sempre incinta, ma a io quelli che vivono in un mondo di credenze di ventisei secoli fa non li capisco proprio…).

  12. be’, se la metti così sono completamente d’accordo con te. però meritava un chiarimento, per come l’avevi messa prima. secondo me la confusione che mi attribuisci era in realtà nel testo. ora invece, dal mio punto di vista, sì che ci siamo. ho chiesto un chiarimento, e me l’hai dato. e ti ringrazio.
    per finire: ventisei secoli fa c’erano idioti che vivevano in un mondo di credenze di ventisei secoli prima 😀

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *